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Odissea di Christopher Nolan e l’americanizzazione dell’epos greco

2026-07-19 14:52

Nunzio Di Nezza e Claudia Chiara Pergami

Odissea di Christopher Nolan e l’americanizzazione dell’epos greco

Tutti noi custodiamo un’immagine precisa dell’Odissea che ci portiamo dentro fin dabambini. I racconti sfogliati sui libri illustrati, il terrore mist

Tutti noi custodiamo un’immagine precisa dell’Odissea che ci portiamo dentro fin da
bambini. I racconti sfogliati sui libri illustrati, il terrore misto a fascino di fronte a
mostri abissali, il senso di meraviglia nel leggere di un Mediterraneo antico, popolato
da divinità, misticismo e figure eroiche. L’irresistibile seduzione verso il suo
protagonista, Ulisse, è dato dall’immagine di un uomo mortale, armato unicamente
della sua astuzia e del suo irriducibile spirito d’avventura e di conoscenza. A rendere
problematico il film Odissea (2026) diretto da Christopher Nolan è l’ingombrante
assenza dei pilastri sui quali il poema è fondato. Sarebbe semplicistico e riduttivo fare
un discorso riguardante la fedeltà al testo storico. Anzi, le modifiche alla fabula fanno
parte delle sue stesse origini: l’epica antica, tra cui per l’appunto l’opera
convenzionalmente attribuita alla figura di Omero, veniva tramandata attraverso
l’oralità e non la scrittura. Il canto permetteva al racconto di essere materiale plastico,
sottoposto alle volontà dell’aedo, che cambiava i dettagli, l’ordine dei viaggi o i
personaggi secondari a seconda del pubblico. Ciò che rimaneva immutato erano i
valori fondanti dell’opera e gli archetipi che essa stessa ha generato nel tempo: Ulisse
è sempre l’uomo dal multiforme ingegno, portato avanti dalla mètis (astuzia) e hybris
(tracotanza). L’Ulisse di Nolan ricalca piuttosto l’eroe del mito d’azione americano:
tormentato dalle sue stesse azioni, l’odissea diventa un percorso terapeutico per
superare i traumi della guerra e ricongiungersi con la sua amata Penelope. L’Odisseo
omerico non è un uomo in cerca di sé stesso: lui è il sovrano di Itaca, figlio di Laerte e
colui che ha portato alla vittoria su Troia. Il dolore di Ulisse è legato all’esilio e alla
perdita, più che ad un trauma interiore. Il cinema americano cerca invece di creare
sempre nel protagonista una ferita originaria, un senso di colpa paralizzante. In questo
cambia il viaggio dell’eroe dell’Ulisse di Nolan con quello di Omero. Il suo è un
viaggio prima di tutto, come già affermato, terapeutico, in cui il cosmo ed il fato
vanno in secondo piano per lasciare spazio alla crisi individuale. Il che, attenzione,
non è necessariamente un errore. Questo Ulisse è forse tanto lontano dal mito, quanto
vicino a noi. Tuttavia, ridurre il racconto d’avventura più grandioso della storia ad un

viaggio psicoanalitico attraverso i ricordi, cancellando tutto ciò che ha reso Ulisse tale,
appiattisce la portata di un mito che viene razionalizzato secondo una visione
americana del racconto epico. Odissea di Christopher Nolan si conferma come un
esempio classico di cinema delle attrazioni, di spettacolarizzazione di qualcosa che di
per sé era già spettacolare. Forse il parziale fallimento di Nolan è stato causato proprio
dall’assenza di una premessa ordinaria da elevare a straordinaria.
L’episodio di Polifemo ne è un esempio lampante. A fronte di una messa in scena
grandiosa, il film perde il nucleo narrativo di quella prima tappa: il celebre inganno
dell’ “Io sono Nessuno”. L'astuzia viene appiattita da un escamotage narrativo in cui
Ulisse, in contrasto con l'empatia che il film vorrebbe attribuirgli, sacrifica
cinicamente i suoi uomini negando loro persino la sepoltura, per poi scagliare una
freccia inutile e autolesionista nell'occhio del Ciclope. Ci si chiede come il genio
creatore del Cavallo di Troia possa agire in modo così illogico. Sorge persino il
dubbio che questa omissione del dialogo tra Ulisse e il gigante non sia solo una scelta
autoriale, ma una pecca derivata dalla mancanza della CGI, che avrebbe forse
permesso un'interazione più fluida e fedele al mito.
Una simile semplificazione colpisce anche l'incontro con Circe. La risoluzione
dell'ostacolo è frettolosa (basta un anello per comprendere l'inganno, bypassando il
divino intervento di Ermes e la complessa dialettica della minaccia e della resa) e
l'intero, fondamentale anno di amore e permanenza sull'isola viene omesso,
probabilmente vittima dei serrati tempi cinematografici. Circe appare così quasi folle,
privata di quell'aura di creatura magica e incomprensibile che le spetterebbe.
Ma il momento in cui si palesa in modo più evidente la mancata maturazione
concettuale dell'adattamento è l'incontro con le Sirene. La sequenza, condensata in una
manciata di minuti quasi impercettibili, non esplora il vero limite umano. Nel mito, il
canto delle Sirene è la promessa della conoscenza assoluta: la vera debolezza di un
viaggiatore insaziabile. Nel film, invece, le voci inducono Ulisse a riflettere
unicamente sulle proprie atrocità, riducendo l'ignoto a un mero eco dei suoi sensi di
colpa.
Allo stesso modo, il capitolo di Calipso si trasforma da disperata prigionia divina in
una vera e propria seduta psicoanalitica contemporanea. Sembra quasi un percorso di

redenzione piuttosto che l'esilio di un uomo che, rifiutando l'immortalità, piange sugli
scogli consumato dalla nostalgia viscerale per la sua Itaca. Una rilettura
psicoterapeutica che annienta anche l'episodio dei Lotofagi: nell'opera di Omero,
Ulisse rifiuta categoricamente di mangiare il fiore di loto per non dimenticare la
patria; nella trasposizione di Nolan lo vediamo ridotto quasi a un tossicodipendente
traumatizzato, che usa il loto come puro anestetico per cancellare deliberatamente gli
orrori della guerra. Tutta questa architettura razionale tocca il suo apice nel ritorno a casa, culminando
nella scena del cane Argo. L’incapacità della pellicola di conferire il giusto peso e
pathos a questo momento, dimostra quanto l'epica di Nolan sia ingabbiata nella
precisione della struttura e dello spettacolo, risultando drammaticamente carente di
quell'afflato tragico imprescindibile nel dramma classico.
Come leggere, dunque, quest'opera? Chiamando in causa Roland Barthes e la sua
teoria su La morte dell'autore, possiamo ricordare che ogni regista non è un “Autore
Dio” dal potere assoluto, ma un ricombinatore di codici preesistenti. L'intero sostrato
culturale dell'Odissea è stato metabolizzato dalla storia e Nolan non fa altro che
rimescolare i dogmi per proporci l'estrema avventura di un Ulisse spogliato del mito e
reso dolorosamente umano. Tuttavia, questo patto di riscrittura formale e psicologica è
stato in molti casi frainteso dal pubblico: nel disperato tentativo di razionalizzare il
mito e renderlo uno specchio delle nevrosi contemporanee, il film ha forse
dimenticato che, a volte, lo spettatore al cinema ha semplicemente bisogno di perdersi
nell'ascolto di quel canto originario, senza doversi per forza tappare le orecchie.

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