Backrooms è il film d’esordio dello youtuber Kane Parsons, ispirato alle inquietanti omonime creepy pasta da cui il regista aveva già tratto una serie pubblicata su Youtube.
Parsons è l’ultimo di una serie di giovanissimi registi (Danny e Michael Philippou , Curry Barker) che nati su Youtube stanno arrivando nelle sale con film di genere con eccellenti incassi, Backrooms è infatti il film con il debutto più redditizio nella storia della casa di produzione A24. Questi tre esempi arrivano al cinema in modi molto diversi fra loro, ma è sicuramente una tendenza interessante, visti anche i risultati, che riguarda per ora solo il genere horror e gli Stati Uniti ma potrebbe a breve assumere una portata più ampia.
Il protagonista della pellicola è Clark (Chiwetel Ejiofor), un architetto fallito che gestisce un negozio di mobili, diventato la sua casa dopo essere stato “sfrattato” dalla compagna. Una notte Clark scopre che un falso muro del seminterrato del negozio cela uno spazio parallelo, un dedalo infinito di stanze semivuote illuminate in maniera discontinua da neon asettici. A partire da questo momento il protagonista tenterà di esplorare tutti i livelli di questa struttura entrando in contatto con misteriose entità.
La pellicola si dispiega attorno all’elemento delle Backrooms, che sembrano rappresentare l’inconscio del protagonista. Le camere appaiono per lo più vuote e claustrofobiche, riflettendo la solitudine di Clark. La loro continua e recidiva deformazione evoca l’immagine di un uomo che vive, solo, nei suoi rancori e ricordi: queste stanze, come la sua memoria, vanno via via distorcendosi, dando vita a un qualcosa che forse non è nemmeno mai esistito, dei non luoghi. Il riferimento alla psicoanalisi viene ricalcato ulteriormente dal fatto che Mary (Renate Reinsve), la psicologa del protagonista, sia l’unico personaggio ad avere dimestichezza con le stanze, riuscendo a calarvisi dentro e, forse, anche ad uscirne. La catabasi nel labirinto di camere, dunque, rappresenta una continua esplorazione della psiche di Clark, e non solo.
Backrooms ripensa in maniera originale la relazione tra uomo e spazio, facendo dell’interazione tra questi due elementi il centro dello straniamento. Gli ambienti presentati nel film richiamano l'architettura e l'arte umana della costruzione, ma questi spazi risultano tutt’altro che antropizzati e abitati. Forse è proprio questa contraddizione a creare il senso di inquietudine che accompagna lo spettatore durante tutto l’arco della pellicola. Tutti gli spazi che incontriamo infatti sono apparentemente a noi familiari: uffici, case, piscine, che però sempre più deformati smettono effettivamente di rappresentare qualcosa di dotato di senso, forse proprio perché vuoti. Lo scollamento degli spazi umani dalla presenza dell’uomo rappresenta in maniera simbolica la problematicità del protagonista stesso. Clark infatti sceglie la solitudine, allontanandosi da qualsiasi legame sociale, e questa condizione esistenziale si riflette in quelle stanze desolate, che rappresentano l'alienazione e il disagio di chi si trova sciolto da qualsiasi connessione sociale.
La gestione e la visione dello spazio architettonico è, senza dubbio, l’elemento più interessante del film, non a caso il fenomeno che lo ha ispirato è diventato virale per le immagini e non per le spiegazioni. L’organismo spaziale difronte al quale ci pone il regista emerge come elemento innovativo nella costruzione del cinema horror. Quando si tratta di questo genere, infatti, lo spazio solitamente inquieta per due motivi.
Da un lato, ci sono i luoghi temuti perché completamente esterni all’esperienza umana: tra questi rientrano i film che si svolgono in ambienti naturali inospitali, che incutono timore proprio perché non antropizzati, oppure quelli che rimandando all’aperura verso uno spazio altro, extraterrestre. Una seconda tipologia di film horror invece fa leva proprio sulla paura generata dall’idea che la propria casa, che rappresenta per eccellenza il luogo di sicurezza, diventi invece il centro del pericolo. Qui il rapporto tra l’uomo lo spazio e la paura è messo in scena in modo nuovo.
Perché le immagini delle backrooms ci inquietano fino a questo punto? Forse potrebbe venire da pensare che non è l’estraneità di questi non luoghi ad inquietarci ma la loro familiarità. Marc Augé nel 1992 elabora il concetto di nonluoghi come quegli spazi sempre più diffusi nella modernità capitalista, accumunati dall’assenza di identità e soprattutto di relazioni, luoghi solitamente connessi al consumo ma soprattutto alla solitudine di massa, dove quandanche ci si ritrovi accalcati l’uno sull’altro si resta soli e anonimi. Forse l’inquietudine che suscita questo film è proprio dovuta al possibile riconoscimento di sé stessi nell’attraversamento dello spazio quotidiano sempre più individuale e spersonalizzante. Se si legge il film insieme anche a tutti i racconti proliferati su internet da quando queste immagini hanno cominciato a diffondersi si può aggiungere un altro livello interpretativo. Molti utenti hanno descritto la sensazione provata nell’osservare le backrooms come una sorta di nostalgia negativa, i luoghi raffigurati, infatti, rimandano, soprattutto per i giovani statunitensi, a posti frequentati da molto piccoli, i ricordi infatti sono confusi e si sovrappongono alle immagini. Il tema è accennato anche nel film e potrebbe essere un complemento dell’idea dei non luoghi. Ciò che ci inquieta è vedere luoghi, nel senso teorico del termine, diventare non luoghi, posti frequentati nell’infanzia quando ancora erano sede di effervescenza sociale e che ora invece sono una presenza spettrale nelle nostre città e nel nostro inconscio.
