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L’uovo dell’angelo (1985): il silenzio dell’apocalisse

2026-06-10 15:39

Edoardo Serini

Articoli,

L’uovo dell’angelo (1985): il silenzio dell’apocalisse

Ci sono film che raccontano una storia, e altri che sembrano trascenderla, come in un sogno. L’uovo dell’angelo (Tenshi no Tamago, 1985) appartiene a

Ci sono film che raccontano una storia, e altri che sembrano trascenderla, come in un sogno. L’uovo dell’angelo (Tenshi no Tamago, 1985) appartiene a questa seconda, rarissima categoria cinematografica. Diretto da Mamoru Oshii (che dieci anni più tardi firmerà il capolavoro cyberpunk Ghost in the Shell) e disegnato dal maestro Yoshitaka Amano, il film è un poema estetico, un enigma in forma d’immagine. È forse l’opera più pura, personale e simbolica di Oshii: un viaggio nell’abisso della fede, della memoria e della solitudine dell’essere. Si caratterizza per la non-esistenza di una trama nel senso convenzionale. Il film gira infatti intorno a due soli personaggi. C’è una bambina, che custodisce un grande uovo come fosse la cosa più preziosa al mondo. C’è un uomo misterioso, che la accompagna nel suo vagare attraverso una città deserta, pietrificata, popolata solo da ombre e statue. Attorno a loro, un mondo decadente, sospeso tra il prima e il dopo dell’avvento di un’apocalisse. L’uovo, fragile, chiuso, silenzioso, sembra rappresentare l’unico simbolo di speranza, o forse di un’illusione ormai perduta. Oshii costruisce un film prettamente estetico, quasi privo di dialoghi, dove ogni immagine è parola, e ogni suono è preghiera. L’animazione, realizzata con un tratto onirico e sensuale, trasforma l’ambientazione in un paesaggio spirituale: cattedrali sommerse, strade invase dall’acqua, scheletri di pesci che fluttuano nel vuoto. È un mondo dove la fede è sopravvissuta solo come eco di una memoria passata, e dove l’uomo vaga alla ricerca di un Dio che non sembra palesarsi più. Il film nasce da una crisi spirituale dello stesso Oshii, che dopo aver perso la propria fede cristiana, costruì L’uovo dell’angelo come un atto di lutto e di contemplazione. L’uovo, mai rivelato, mai schiuso, è il mistero della fede stessa: qualcosa che si custodisce, ma che non si può possedere. L’uomo che lo distrugge, forse per pietà o per ignoranza, diventa simbolo di un’umanità incapace di credere, senza dover toccare con mano, senza agire materialmente. Un rimando forse ad apostolo di nome Tommaso (per restare in ambito cristiano). In quella frattura tra il visibile e l’invisibile, il film trova la sua verità. A livello visivo, L’uovo dell’angelo resta una delle vette più alte dell’animazione giapponese. L’influenza di Yoshitaka Amano si sente in ogni dettaglio: le figure allungate, i colori freddi e scuri, la luce liquida che scivola sulle superfici, rimandano ad un mondo in divenire. Ogni inquadratura è una pittura simbolista, un’icona che respira. La colonna sonora di Yoshihiro Kanno, fatta di rintocchi e sospiri elettronici, amplifica la sensazione di trovarsi in un tempio abbandonato, dove la preghiera è diventata un dolce e triste ricordo. Quasi quarant’anni dopo, il film conserva intatta la sua potenza ipnotica. È un’opera che non si spiega, si contempla; che chiede silenzio e perdizione di sé stessi, più che analisi. L’uovo dell’angelo è una parabola sulla fragilità della fede, sull’attesa dell’impossibile, sulla bellezza del mistero non svelato. In un’epoca in cui tutto deve essere compreso, razionalizzabile, Oshii ci ricorda che la vera arte, come la vera fede, vive proprio in ciò che non si può dire, in una solitudine sacra. Questa tematica è riscontrabile anche in un altro regista, distante da Oshii, che è Ingmar Bergman, con la sua trilogia sul Silenzio di Dio. In questi film, la settima arte rifiuta la spettacolarizzazione e la linearità narrativa della trama per abbracciare un universo contemplativo ed evocativo che si dispiega attraverso silenzi e attimi eterni. Oshii non cerca di stupire: invita a meditare. La bambina e il suo uovo diventano, allora, figure di un’umanità che ancora sogna. Custodire qualcosa di fragile e puro, proteggerlo senza comprenderlo: questo è il gesto profondamente umano del film. Non è un atto di fede cieca, ma di speranza silenziosa, una forma di resistenza poetica in un mondo che ha smarrito ogni sentimento di sacralità. L’uomo, con la sua ragione e il suo dubbio, rappresenta l’altra faccia della stessa condizione: il bisogno di spiegare, di rompere, di vedere ciò che dovrebbe restare nascosto. Con questo dualismo presente, tra innocenza e disincanto, Oshii costruisce una tensione metafisica che non ha eguali nell’animazione. Ogni scena è un frammento di un vangelo perduto, una parabola senza dogma. Non importa cosa ci sia dentro l’uovo: importa che qualcuno creda abbastanza da portarlo con sé. E in questa fede muta, fragile come la membrana dell’uovo stesso, c’è tutta la tragedia e la grandezza dell’uomo. Alla fine, poi, il cielo si apre su un mare di statue e l’acqua inghiotte la terra, non si assiste a una fine, ma a una trasfigurazione. Il film non parla della morte di Dio, ma della sua assenza come spazio del desiderio e dell’attesa. L’apocalisse portata sullo schermo da Oshii non distrugge: purifica. Ogni rovina è promessa di un nuovo inizio, di una rinascita continua che tenga conto delle tenebre. L’uovo dell’angelo resta, oggi, un film impossibile da classificare. Un’opera che vive fuori dal tempo, sospesa tra il gotico e il mistico, tra la filosofia e la poesia. È un film che chiede di essere vissuto esteticamente, non spiegato. Bisogna solo restargli accanto, ascoltare dolcemente il suo respiro, e accettare di non sapere. In fondo, forse è proprio questo il segreto dell’angelo: ricordarci che la bellezza, come la fede, è un atto di silenzio.

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