Sans toit ni loi (1985)
Il cadavere di una ragazza viene ritrovato in un fossato e una voce fuori campo informa che si tratta di una senzatetto; la voce è quella di Varda e annuncia di volerne raccontare la storia. È così che muove i primi passi Sans toit ni loi, Leone
d’oro alla Mostra del cinema di Venezia del 1985, storia della giovane vagabonda Mona (Sandrine Bonnaire), il cui percorso viene fotografato dalla prospettiva di un’oggettivita estremamente condizionata dal dato soggettivo. Da un lato, infatti,
allo spettatore viene proposto ilsusseguirsi dei momenti salienti degli ultimi mesi di vita della ragazza registrati in modo asettico, al limite del case-study;dall’altro,
ogni episodio, ogni momento, è accompagnato dal commento e dalla valutazione
complessiva della vicenda offertodai differenti personaggi che hanno incrociato il
cammino della ragazza. Una dopo l’altra vediamo sfilare sullo schermo le figure delle donne e degli uomini
che hanno provato a comprenderla, ad aiutarla o che più banalmente esprimono tra
loro un’opinione su questa personalità singolare. Perché Mona, ex dattilografa che
ha preferito la strada alla scrivania, offre l’occasione di riflettere sulle coordinate
all’interno delle quali la nostra vita è inserita.
Il rigore documentaristico che informa il lavoro è, dunque, ampiamente stemperato
dalla fiction da cui trae origine: sono queste le regole non scritte della cinécriture,
la teoria fondante dell’universo cinematografico di Varda (che, non a caso, lo
considererà anni dopo il film in cui meglio aveva trovato realizzazione la sua idea
di cinema). Ma non c’è solo questo. La scelta da parte dell’autrice di non esprimere un giudizio sulla vicenda di Mona non implica l’assenza dell’elemento sociologico, ma lo evidenzia per negazione.
La critica alla società emerge gradualmente con l’acuirsi del contrasto tra la morale
del mondo (ossia quella degli uomini, a prescindere dalla loro posizione sociale) e
quella della protagonista, nel ribaltamento semantico che contrappone la sporcizia
che gli altri vedono sul suo corpo a quella che lei vede nelle loro menti.
Senza tetto né legge, ossia senza una costruzione fisica entro cui sostare
abitualmente e senza una astratta all’interno della quale iscrivere le proprie scelte,
Mona cammina da sola. Ed è forse questa solitudine a risultare l’elemento più
difficile da comprendere per lo spettatore.
di Mauro Azzolini
Les plages d’Agnès (2008)
«se aprissimo le persone troveremmo paesaggi, se aprissimo me troveremmo
spiagge»
In questa autobiografia cinematografica Agnès Varda ci guida nelle sue memorie,
nell’esplorazione dei luoghi che formano parte di ciò che è, che riflettono la sua
anima.La regista compie un dissezionamento di sè, ci immerge in un intimo
diario che interseca tra loro storie di vita e vicende umane a sequenze
cinematografiche che formano un connubio indissolubile, annullandosi le une
nelle altre.Queste si succedono vivacemente assorbendo lo spettatore in un
processo di immedesimazione totale in questa colorata e vivace
rappresentazione della vita.Le opere cinematografiche qui si convertono in
stagioni dell’esistenza, entrambe coinvolte in un processo di reciproca
caratterizzazione.Il tema del ricordo è centrale, questo penetra nel presente
riportando in vita il passato e arricchendolo di nuove connotazioni, l’alternanza di
piani temporali mette in evidenza come ogni cosa si mantenga in vita finché
viene custodita e celebrata nel cuore di chi l’ha vissuta.Tutto si configura in un
dipinto, colorato, puro, autentico, fatto di storie raccontate con delicatezza e
introspezione per far si che possano rimanere incise in chi ne è spettatore. Si
tratta di una celebrazione della vita, nella sua totalità in cui ogni cosa appare
lieve e leggera, tanto il dolore quanto l’amore.La potenza visiva e il carattere
evocativo di ogni immagine ci permette di sentirci completamente assorbiti dai
luoghi che sono narratori e protagonisti assoluti, colmi di emozioni e di memorie
che sprigionano nel loro silenzio.Sono l’essenza più profonda di Varda che decide
di darla in dono allo spettatore per far si che la sua dimensione interiore possa
essere letta e compresa passeggiando sulle spiagge della sua esistenza,
osservando l’infinito dell’orizzonte e ripercorrendo un passato che allo stesso
tempo è vivo e presente.
Di Giulia Losciale
