Tanti anni fa Nanni moretti diceva “mi troverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c'è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un'isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone, però...”. I registi, Sam Raimi in questo caso ma Ostlund qualche anno fa, continuano a non credere nelle persone e a ragionare sul tòpos dell’isolamento forzato su un’isola deserta. Andando contro Nanni Moretti, per fortuna, Sam Raimi gira Send Help e l’esperimento antropologico tanto vituperato produce uno dei film più interessanti degli ultimi anni.
L’uomo e la donna che si odiano sono Bradley Preston (Dylan O’Brien), ricco ereditiero di una società di consulenza, e Linda Liddle (Rachel MacAdams), impiegata sua sottoposta, gran lavoratrice e perdente da manuale. Nel prologo alla vicenda principale Raimi in pochissime inquadrature mostra una gerarchia stratificata, classe, genere, e rapporti di potere. La grandezza di questo brevissimo segmento sta nelle intuizioni con cui svela la natura viscerale del rapporto a due prima dello sconvolgimento successivo. Bradley non si sente solo superiore a Linda ma ne è sinceramente disgustato, con quattro inquadrature del dettaglio dell’insalata di tonno residua sulla bocca della protagonista ci mostra quanto per lui la presenza di lei sia repellente in maniera epidermica e viscerale e dalle immagini questo non è spiegato ma fatto vivere in prima persona a chi guarda. Dopo un prologo dunque brillante per la capacità di riassumere al minimo i convenevoli necessari per dare il contesto alla vicenda, ci troviamo catapultati sull’isola deserta, in cui come facilmente intuibile le dinamiche cambiano, forse si ribaltano e il film prende davvero il via.
Raimi fa un grande lavoro di immagini per fare un horror senza horror, primissimi piani, dettagli morbosamente ripresi e sequenze di azione inquietanti e raffinatissime nel loro gusto camp, si nota una certa libertà e un divertimento nella costruzione delle scene che al regista mancava da quasi un decennio. Questo divertimento si riverbera sullo spettatore che non può che gustarsi l’assenza totale di freni inibitori nella sperimentazione della messa in scena e in uno splatter gestito con maestria ed equilibrio, elementi totalmente assenti nel cinema mainstream statunitense che è sempre molto pudico nel lasciare spazio alla creatività degli autori per quanto riguarda film destinati al grande pubblico.
Ci si potrebbe fermare qui ma è possibile andare ancora avanti nell’interpretazione per mostrare anche peculiarità che esulano, forse, dalle intenzioni e dalla materia filmica vera e propria. Il cinema di genere, quello ben fatto, è sempre stato un barometro sociologico molto interessante, ci sono singoli film che hanno segnato epoche e disvelate le perversioni contorte e celate, ma è sempre stato molto interessante connettere opere diverse e individuare alcune leggi di tendenza implicite. La teoria più classica e di successo è stata quella che collegava film di vampiri e zombie alle fasi
economiche di espansione e recessione, i primi infatti sono specchio rappresentativo delle elite, borghesi o aristocratiche che fossero, mentre i secondi sono figura esemplare del proletario. Send Help si presta a questo gioco interpretativo perché mostra connessioni ampie e stratificate, la ricorrenza di alcuni temi mostra che registi distanti colgono umori comuni e cercano di metterli in scena. Nei primi mesi del 2026 abbiamo avuto un altro film, 28 anni dopo-Il tempio delle ossa, che ha continuato un’indagine iniziata vent’anni fa, e non a caso ripresa oggi, su cosa siamo e cosa diventiamo quando il nostro mondo finisce. Kathryn Bygelow ha sentito la stessa urgenza con House of Dynamite cercando di scoprire una verità sull’apocalisse che ritiene nascondersi nelle pieghe delle procedure. Send Help sceglie il microcosmo per raccontare il generale, il mondo non finisce in toto ma finisce per due singoli personaggi e mostra il processo di mutazione antropologica, o di disvelamento, che tale evento catastrofico produce. Un altro film gemello di quello di Raimi è Blink Twice, opera prima di Zoe Kravitz, che per la prima volta forse metta a tema esplicitamente l’elemento orrorifico dei nuovi miliardari, che nell’isola di Send Help continuano a farci paura e a mostrare volti e prospettive su un èlite che ha smesso di affascinare e ha iniziato a terrorizzare. Ma il nucleo del discorso di Raimi e forse l’elemento davvero nuovo, l’angolatura personale che il regista dà a questi temi e discorsi sempre più ricorrenti, è un pessimismo antropologico radicale rispetto a chi si trova in condizione di subalternità. In questo segue la linea di No other choice, confronto difficile e interessante ma forse troppo lungo per poterlo riassumere in poche battute. La pellicola mostra chiaramente come il soggetto dominato passato al comando non rompa le gerarchie di dominio e prevaricazione che ha dovuto subire ma le ribalti, e non per una cattiveria essenziale, ma per un’introiezione profonda dei valori dominanti nella società capitalista.
Per Raimi non c’è redenzione né salvezza se la propria identità è costruita sulla pressione di un mondo esterno in putrefazione, l’uomo non è essenzialmente cattivo ovvio, ma i processi di soggettivazione non possono che darci un’identità imbevuta, anche, di tutto ciò che ci opprime.
