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Il mago del Cremlino

2026-03-08 18:02

Giacomo Giannitelli

Il mago del Cremlino

Secondo Olivier Assayas, ma soprattutto secondo Emmanuel Carrère e Giuliano da Empoli, l’autoredel romanzo da cui il film è tratto, Vladimir Putin e i

Secondo Olivier Assayas, ma soprattutto secondo Emmanuel Carrère e Giuliano da Empoli, l’autore
del romanzo da cui il film è tratto, Vladimir Putin e il suo spin doctor, Vadim Baranov (Paul Dano),
ispirato al personaggio reale Vladislav Surkov, hanno capito una cosa, per governare bisogna
gestire l’ira.
Il filosofo tedesco conservatore, ma radicalmente antiputiniano, Peter Sloterdijk ha dedicato una
monografia a questo sentimento e quello che troviamo nelle pagine del suo saggio voluminoso Ira e
Tempo è una disamina brillante della storia di questa passione e non possiamo sapere se la scrittura
di questo film ne sia stata influenzata direttamente ma ci aiuta sicuramente a capirne le logiche
profonde. Per il filosofo l’analisi di Freud dimezza l’uomo, lo fa tutto mosso da passioni erotiche, il
resto è derivato, questa tesi causa danni a tutte le discipline ma in particolare alla politica perché le
passioni autoaffermative, come l’ira, sono il collante base di tutti i collettivi politici. L’ira ha una
storia e un’evoluzione, da sentimento esplosivo e momentaneo diventa progetto, le ire dei singoli
vengono depositate in quelle che Sloterdijk chiama Banche dell’ira, le quali, come le banche
monetarie, promettono interessi e remunerazione per ogni deposito d’ira. La più importante? Quella
comunista-sovietica.
Sulle macerie della banca dell’ira sovietica, il cui fallimento ha lasciato insolventi milioni di
correntisti in giro per il mondo, torna in primo piano, anche e soprattutto in Russia, l’eros, inteso
come insieme di pulsioni tese al godimento, è la stagione di El’cin. Inizia una corsa all’oro in un
paese che nella transizione dal modello socialista ha deciso di adottare una strategia ben chiara:
nessuna strategia, libertà ai privati e chi sopravvive nella lotta dell’uomo contro l’uomo governerà
questo paese. Questa enorme sbornia collettiva non poteva essere infinita, con Sloterdijk abbiamo
imparato che i grandi collettivi prima o poi tornano incazzati e non basta lasciare tutti liberi per
gestire le grandi incazzature collettive, questo lo capiscono insieme Vladimir Putin e Vadim
Baranov/Surkov. Perché sottolineare insieme? Perché nel film è impossibile capire chi sia l’artefice
primario di questa intuizione e c’è un motivo ben preciso. Baranov ha goduto degli anni di El’cin,
voleva essere un artista e ci è riuscito, ha scalato poi il settore televisivo guidato da uno di quegli
oligarchi che erano riusciti a vincere la guerra civile totale che si era scatenata sul suolo russo in
quegli anni. Putin non ci ha mai creduto, ci viene presentato come un duro e inscalfibile agente del
KGB prima e dell’FSB poi, lui al sogno liberal/libertario non ha mai dato credito, non ci ha
investito un euro, e quando arriva la sua occasione per scalare il potere è pronto a ribaltare tutto.
Queste due polarità opposte, che convergeranno sempre di più nella pellicola, fino poi alla divisione
a freddo finale, partoriscono un nuovo modello di banca dell’ira perfettamente intonato con le
pulsioni distruttive e di riconoscimento che salgono dalla popolazione, la punta dell’iceberg è l’odio
verso gli oligarchi. Ripristinare il vecchio collettore comunista era impossibile e inefficace, la
rabbia dei russi impoveritisi dopo la transizione non è ideologicamente chiara, vuole sicurezza,
repressione per gli oligarchi e grandezza, non marxismo.
Baranov e Putin sono le persone giuste al momento giusto, non hanno alcun pregiudizio di natura
politica, ma solo obiettivi da raggiungere e così una gigantesca nuova banca dell’ira indefinibile e
indecifrabile viene messa in piedi e ha da subito un grandissimo successo perché non ci sono
barriere all’entrata, non bisogna essere comunisti, cristiani, fascisti o nazisti, basta avere un bel po'
di ira da depositare. La scena in cui Baranov riceve rappresentanti dei più disparati movimenti
giovanili russi è esilarante ma soprattutto rivelatoria della strategia brillante messa in atto.
Il film è un’opera notevole di ricostruzione storica, Assayas è bravissimo a mettere a disposizione di
una sceneggiatura serratissima e arguta una regia non strabordante ma funzionale ed elegante, potrà

sembrare poco “cinematografica” ma una visione attenta mostra l’efficacia di tale operazione. Il
grande merito che va infine rilevato è la capacità di creare un’opera non perentoria, interessata a
capire davvero i suoi personaggi e non a mostrificarli, e lo fa con una semplice trovata: il dialogo.
Tutto il film è una conversazione fatta di lungi monologhi di Baranov e di botta e risposta con il suo
interlocutore, Lawrence Rowland, giornalista americano interpretato da Jeffrey Wright, che entra in
contatto con lo spin doctor russo. Grazie a questa impostazione i punti di vista sono sempre duplici
e la complessità del discorso ne giova enormemente.
Un’altra delle chiavi del film è, dunque, il rapporto a due, Putin/Baranov, Baranov/Rowland,
Baranov/Ksenija (Alicia Vikander), grande amore di Vadim; Assayas forse cerca di dirci in maniera
non convenzionale per un biopic politico, che si tratti di agiografie o condanne senza appello questi
film sono schiacciati sui “grandi” uomini di cui parlano, che nella politica, ma forse in generale, le
relazioni a due sono decisive. I dialoghi, i dibattiti, le discussioni che rendono molto verbosa la
pellicola sono il motore delle azioni, le frasi perentorie di Putin, i ragionamenti di Baranov, tutto
assume consistenza nel rapporto dei personaggi tra di loro, e la Storia viene fatta non da individui
che singolarmente si impongono ma da coppie che nella relazione modificano loro stesse e, in
questo caso, la vita di milioni di persone.
Il valore storico di un film del genere è evidente ma è forse più interessante vedere la lettura tutta
improntata sulle passioni Timotiche, ira, odio, dell’ascesa e del successo del duo Putin/Baranov,
l’aria alcolica dell’era El’cin aveva illuso tanti ma i russi erano ancora incazzati, anche se non lo
sapevano, e aspettavano qualcuno che sapesse come prendere in carico la loro rabbia.

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