Un film che non è per tutti, ma che tutti dovrebbero vedere per riconciliarsi con i propri dolori. Sto parlando di “Hamnet - nel nome del figlio”,l’ultimo lavoro della regista premio Oscar Chloé Zhao, con un cast che vede tra i protagonisti un bravo Paul Mescal nel ruolo di William Shakespeare e una magistrale Jessie Buckley nei panni di Agnes, moglie del Bardo William. Tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O'Farrell, la storia ripercorre la perdita prematura del figlio Hamnet - splendidamente interpretato dal giovane Jacobi Jupe - l’elaborazione del lutto e di come l’evento tragico finì per ispirare la creazione di uno dei capolavori senza tempo più conosciuti: Amleto.
In un’epoca dove anche il dolore viene trattato come un errore di sistema, Chloé Zhao compie un atto di resistenza poetica: ci ricorda che la vulnerabilità non è una resa.
Nel film, William Shakespeare non è ancora il monumento letterario che tutto il mondo oggi conosce; è un uomo, un marito e un padre afflitto da un tormento eterno. Il suo matrimonio con Agnes - nato precedentemente negli spazi aperti della natura e alimentato in seguito dal fuoco dell’amore - si sta lentamente spegnendo.
William, oltre al dolore per la perdita del figlio, porta con sé il fardello di non essere stato presente nel momento peggiore: quando sua moglie lottava con tutte le forze in corpo (e nello spirito) per salvare Hamnet dalla peste.
La regista di Nomadland dirige un’opera d’arte intensa, ricca di metafore e capace di toccare corde interne dell’animo umano senza mai banalizzare la tragedia. Eppure, per un’ora e mezza, Hamnet non è certo un film che ti “fa stare bene”: non tanto per la storia - già nota - quanto per il modo in cui viene raccontata.
Ritrovarsi seduti su una poltroncina mentre osserviamo una donna con il viso dilaniato dal dolore è un’immagine forte da digerire. Agnes non è più la “creatura mitologica” vista in precedenza: è una donna fragile. Una madre che sta condividendo il suo dolore con noi, un dolore che ti si attacca addosso e che senti crescere dentro.
Il lutto lo respiri, lo senti fondersi al tuo di dolore e “poco importa” se si tratti di una perdita o una sofferenza diversa.
Perché, allora, Hamnet è un film che tutti dovrebbero vedere? Perché ci ricorda quanto sia dannatamente bello essere umani.
Il silenzio sacro che aleggiava nella sala interrotto solo dal suono dei singhiozzi, mi ha ricordato quanto sia importante l’empatia. Oggi si abusa troppo spesso di questa parola: ostentiamo la capacità di comprendere le emozioni altrui senza però andare veramente fino in fondo. L’empatia, dal greco en-pathos, significa sentire dentro. Ecco, questo film ti permette di farlo.
Lascia crescere una connessione profonda che, nel finale - visivamente impeccabile, con le note “On the Nature of Daylight" di Max Richter che sembrano vivere la scena anziché accompagnarla - viene sancita in maniera indissolubile. Così, durante i titoli di coda, ti riconcili con te stesso e condividi l’emozione con chi ti siede accanto.
Abbiamo un disperato bisogno di provare empatia, così come abbiamo bisogno di non sentirci in difetto nell’essere vulnerabili.
Dobbiamo imparare a vivere “col cuore aperto” o ricordarci come si fa; un po’ come Agnes, quando nel finale capisce che il suo William non è in realtà un fuggitivo scappato a Londra con in testa solo il teatro, ma è un uomo fragile che ha trovato nell’arte e nella scrittura il modo per donare a suo figlio “una seconda vita”.
Certo, ognuno vive e metabolizza il dolore in maniera diversa. Esistono infatti vari tipi di dolori e accomunarli sarebbe sbagliato. In più, il film tratto dal libro è una ricostruzione non attendibile al 100% alla realtà dei fatti. Questo non lo sapremo mai con assoluta certezza, e forse è giusto così.
Il finale del film non restituisce indietro Hamnet, tuttavia offre una nuova consapevolezza: l’arte non cancella la sofferenza ma, forse, la rende abitabile. “La bellezza salverà il mondo” scriveva Dostoevskij. Io, se penso alla bellezza, non ho una risposta immediata. Credo che la bellezza sia un insieme di piccole cose, e tra queste sicuramente c’è l’arte. Soprattutto l’arte che ti permette di sopravvivere trasformando il mortale Hamnet nell’immortale Amleto.
