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Precari, ma per sempre: lavoro e disinteresse politico in Parole Sante di Celestini

2026-01-13 16:52

Luca Caltagirone

Articoli,

Precari, ma per sempre: lavoro e disinteresse politico in Parole Sante di Celestini

Secondo la CGIL, in Italia circa il 30% degli occupati utilizza contratti atermine o forme di lavoro “flessibile”. Un altro dato ci mostra che nei pri

Secondo la CGIL, in Italia circa il 30% degli occupati utilizza contratti a
termine o forme di lavoro “flessibile”. Un altro dato ci mostra che nei primi sei
mesi del 2025, circa l’82% delle assunzioni tra gli under 19 è stato con contratti
“non stabili” e dunque precari. Queste statistiche, che lievitano ogni anno che
passa, sono il risultato del successo di un’economia neoliberale privatistica e
deregolamentata e di una politica (ormai sia a destra che a sinistra) totalmente
disinteressata ai temi del lavoro e alla crisi del precariato. Inoltre, è innegabile
che vi sia una generale freddezza e indifferenza delle persone ai temi relativi ai
diritti dei lavoratori (licenziamenti, sicurezza sul lavoro ecc). Basti pensare ai
quattro referendum sul lavoro di giugno, finalizzati a rafforzare i diritti dei
lavoratori, la sicurezza sul lavoro e la stabilità contrattuale, tutti e quattro
“bocciati” in quanto non è stato raggiunto il quorum necessario del 50% + 1, in
poche parole a causa dell’astensionismo “di massa”.
Da questa premessa infelice e problematica si può comprendere la necessità di
dare voce e rappresentazione alle situazioni critiche legate al lavoro nel nostro
Paese, con l’idea che una maggiore consapevolezza possa essere utile a provare
a riflettere su questi squilibri sociali che provocano un’infinità di problemi,
dall’aumento delle disuguaglianze sociali all’incremento dello stress mentale e
fisico da parte dei cittadini.
Per l’occasione, l’articolo di oggi sarà dedicato al documentario “Parole Sante”
di Ascanio Celestini (2008) che ripercorre la storia di Atesia, quello che è stato
il primo call center in Italia nonché un caso esemplare della reale situazione del
lavoro precario. Attraverso alcune interviste ai lavoratori di PrecariAtesia, il
collettivo di precari nato per opporsi alle pessime condizioni di lavoro
dell’azienda, viene data voce all’alienazione di alcuni cittadini che, pagati a
cottimo con pochi euro la giornata, hanno lavorato per il call center in
condizioni di totale sfruttamento e assenza di diritti.
Organizzando scioperi e assemblee, i lavoratori di PrecariAtesia hanno
denunciato le condizioni critiche di Atesia e per questo sono stati licenziati (o
meglio “sottoposti a regime di non rinnovo del contratto”).
In un edificio grigio a Cinecittà lavoravano infatti centinaia di call center, alle
prese con telefonate rabbiose di clienti maleducati, di bambini dispettosi in vena
di scherzi telefonici o di maniaci che chiamano la notte (perché sì, sono spesso
servizi h24) per parlare con qualche ragazza senza spendere i soldi per il
“telefono erotico”. I call center venivano inoltre costantemente controllati da
appositi assistenti di sala, incaricati dall’azienda di monitorare il lavoro: una
sorta di supervisori pagati poco più dei telefonisti, ma investiti di un’autorità
che gli faceva prendere sempre le parti dell’azienda, e per questo descritti dai
call center come dei “cani da guardia” o dei “Kapò”. Spesso i call center erano
ragazzi che, alla ricerca di un lavoro provvisorio (magari da unire agli studi) e

in assenza di altre esperienze lavorative, si accontentavano di stipendi miseri
per sbarcare il lunario. Una testimonianza fa notare come «sembra sempre che
questo non è un lavoro vero, pare nà cosa di passaggio, ma poi te ritrovi a 30
anni che c’hai sempre meno capelli».
Prima dell’ammissione, durante il colloquio, i lavoratori venivano sottoposti a
test psico-attitudinali multipli e complessi «come se si dovesse entrare alla
Nasa», per poi compiere un lavoro umile e sottopagato che ha nulla a che fare
con l’apparenza “nobile” che vuole dare l’azienda. Questa tendenza, già
presente nei primi anni 2000, è oggi standardizzata nella presentazione delle
aziende sulle piattaforme online per cercare i lavoratori (come Linkedin o
Indeed): usando una retorica megalomane e spesso ingannevole, le aziende
affermano di “ricercare” (sempre usato in modo linguisticamente scorretto al
posto di “cercare”) candidati “pro-attivi”, “smart” e “multi-tasking” (di questi e
altri anglismi faccio ancora fatica a comprenderne i significati) magari per un
semplice lavoro da commesso o magazziniere, infarcendo l’annuncio di
paroloni finalizzati a “nobilitare” retoricamente l’attività e al tempo stesso
occupando lo spazio per le informazioni importanti e necessarie (come l’entità
dello stipendio) spesso trascurate e ignorate volontariamente.
Dunque già nelle premesse si nota una mancanza di trasparenza di molte
aziende: si tratta del primo, forse meno grave ma sintomatico segno di un
rapporto problematico con il lavoratore.
Il documentario di Celestini funge da caleidoscopio di tutte queste “assenze”,
che partono dal colloquio e arrivano al licenziamento, mostrando il volto più
crudele del lavoro in Italia.
In un’epoca in cui siamo costantemente esposti ai miti del successo, che
dipingono i lavoratori sfruttati come degli “sfigati che non hanno saputo
valorizzarsi”, è fondamentale riflettere sulle cause e le responsabilità politiche
dei problemi sociali anche attraverso i media, favorendo una tendenza che
possiamo creativamente chiamare “artivismo”.
E Celestini in questo è eccezionale, un figlio artistico di Pasolini e un
intellettuale a tutto tondo che, muovendosi tra cinema, teatro e letteratura, ha
saputo raccontare il mondo degli ultimi e degli emarginati con il suo piglio
ironico e la sua intelligenza brillante.
L’invito è ovviamente quello di scoprire o riscoprire l’opera di questo grande
autore della nostra epoca, capace di mostrare con sguardo partecipe ma mai
retorico le avversità dei «destini a cui nessuno fa caso» e le piaghe sociali più
tristi e problematiche del nostro Paese.

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