La storia risulta essere ciclica e mai come adesso sentiamo il bisogno di andare ad indagare quei nuclei d’odio che hanno accostato il termine sterminio a quello dell’umanità. Vanderbilt ripropone in chiave Hollywoodiana il processo di Norimberga attraverso gli occhi dello psichiatra Douglas Kelly (Rami Malek) nell’obiettivo di studiare e conoscere gli uomini fautori e complici di uno dei più emblematici fatti storici del nostro tempo compiuto per mano dei nazisti nella seconda guerra mondiale. La risonanza del processo si ebbe non solo in termini giuridico- legislativi ma ebbe grande impatto anche sull’opinione pubblica nonché sull’indagine filosofica che portò a nuove formulazioni dell’etica. La narrativa si muove principalmente sulla grande domanda che ancora oggi risulta essere attuale: cosa spinge un essere umano a commettere tali atrocità? É pazzia? Esiste un’indole malvagia nell’uomo o, nella propria mediocrità, l’uomo è incapace di pensare autonomamente aderendo in modo passivo a degli ordini superiori? Tutto nel film diviene indagine e riflessione sulle fila di un confronto psicologico molto teso tra le due figure dominanti: lo psichiatra Kelly e l’imputato Hermann Göring (Russell Crowe).
Il rapporto tra i due si sviluppa su due livelli: In primo luogo emerge la dimensione umana, alla quale lo psichiatra non si sottrae in virtù della propria professione, sostenendola anche nelle sedi private della corte giudiziaria e ribadendo la centralità del profilo umano dell’individuo, ancor prima di quello politico.Più avanti, alla luce evidente delle atrocità commesse, il rapporto si ridimensiona nello scambio di coscienze tra i due, trasformando i personaggi in personificazioni morali: fino a che punto la guerra giustifica le atrocità? Cosa rende più giusto sganciare una bomba nucleare da ciò che è stato visto poche ore prima in quel tribunale? La risposta, nel caso di Göring, uomo apparentemente complesso e profondamente legato alle proprie manie di grandezza, come previsto dall’ideologia cui rispondeva, risiede in modo tanto semplice quanto banale nella posizione occupata dai due: quella del vincitore e quella del vinto. La sceneggiatura di David W. Rintels ha saputo soffermarsi su quelli che sono i punti di maggior riflessione sfruttando sapientemente il ruolo dei personaggi, è questo il caso del Sergente Triest (Leo Woodall). Triest collabora con Kelly nascondendo in un primo momento le proprie origini ebraiche per poi confidare il suo vissuto allo psichiatra ponendo l’accento su due punti chiave: da un lato, la necessità che il processo abbia un esito positivo per l’accusa, affinché possa diventare un modello per le nuove generazioni e contribuire a evitare il ripetersi di simili eventi; dall’altro, la consapevolezza che tra imputato e vittima non esiste alcuna differenza riconoscibile che li distingua realmente. La ricerca di un elemento che consenta di identificarli come “diversi” si rivela dunque vana: il male non è immediatamente riconoscibile, ma può essere prevedibile, e la storia, intesa come insieme di eventi, ne costituisce il fulcro. Nota importante per gli eventi è la scelta stilistica adottata nel film.
Le luci, ad esempio, nei diversi incontri tra dottore e paziente in quella cella arida del carcere, prende forme diverse a seconda del rapportarsi tra i due, aderendo in maniera coerente con la scena: luce calda all’instaurasi del rapporto, nei momenti più conviviali, luce fredda al distanziarsi tra i due sancendone il distacco. Significativi allo stesso modo sono i silenzi nelle scene delle testimonianze visive in tribunale, immagini prive di qualsiasi tipo di umanità concordano con la privazione del suono, e ancora nelconcludersi della vicenda, l’impiccagione è resa dal sovrastare dei suoni minimi ma forti attribuendone il carattere brutale e tagliente dell’atto. Il cappio, mostrato in primo piano davanti a un pubblico sconcertato dall’esito tanto atteso, segna la conclusione tragica degli eventi che hanno condotto alla condanna a morte, conferendo a quest’ultima un significato intrinseco. Soffermandoci sulla frase che chiude il film “L’unico indizio di ciò che l’uomo può fare è ciò che ha già fatto” risuona come un ponte tra passato e presente che è difficile ignorare. Il processo, rivelò dunque non solo di cosa è capace la brutalità umana ma attribuì un compito importante al cittadino di allora così come quello di oggi: il contrapporsi alla mediocrità di pensiero, essere vigili sulla nostra morale, poiché il non saper distinguere ciò che è giusto da ciò che
è sbagliato ci deresponsabilizza dalle nostre azioni, trasformando atti criminali in routine burocratiche. É dunque importante oggi più che mai tenere alto quel principio di responsabilità nel considerare le conseguenze delle nostre azioni verso il futuro.
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