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I 25 anni di Amores Perros e una (doppia) mostra dedicata

2025-11-06 12:16

Luca Origo

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I 25 anni di Amores Perros e una (doppia) mostra dedicata

Un quarto di secolo fa Alejandro González Iñárritu (Città del Messico, 1963) esordiva allaregia di un lungometraggio con “Amores Perros”, un film cora

Un quarto di secolo fa Alejandro González Iñárritu (Città del Messico, 1963) esordiva alla
regia di un lungometraggio con “Amores Perros”, un film coraggioso che attraverso tre
episodi ambiva a raccontare la capitale messicana con onestà e perizia. Nella sua
ambiguità, il titolo rivela tutta la fluidità con cui i personaggi descritti si muovono tra le
continue sofferenze causate dai loro legami affettivi e l’amore per i cani, imprescindibili
compagni di vita. In quello stesso anno il paese natale del regista attraversava un momento
politico di grande delicatezza, successivo alla prima sconfitta elettorale nell’arco di 71 anni
del Partido Revolucionario Institucional.
Per omaggiare l’anniversario dall’uscita di questo cult moderno e per dare il giusto contesto
allo stesso, Iñárritu e lo scrittore Juan Villoro (Città del Messico, 1956) hanno ideato una
mostra combinata e divisa in due esperienze indipendenti. Inaugurata a settembre 2025
presso la sede milanese di Fondazione Prada, questa sarà visitabile fino al 26 febbraio
2026. Al piano principale è stato costruito “Sueño Perro”, un labirinto buio illuminato da
svariati proiettori cinematografici che riportano in vita i circa 300 chilometri di pellicola 35mm
impressi nel corso della realizzazione del film, la cui luce diventa materica grazie ad una
nebulizzazione diffusa. Al piano superiore è stata invece allestita “Mexico 2000: The Moment
That Exploded”: una collezione di documenti fotografici e giornalistici in grado di delineare
l’affresco socio politico della capitale messicana di inizio secolo. Dall’alba di una potenziale
rifondazione, al tracollo di una democrazia puntellata da corruzioni e disuguaglianze.
Questa seconda mostra, curata da Villoro, ci consegna alcuni strumenti con cui inquadrare il
racconto di “Amores Perros”. Tra questi, i principali sono i dati numerici: nel 2000 a Città del
Messico si contavano oltre 20 incidenti stradali e oltre 500 crimini al giorno (di cui quasi il
90% rimanevano impuniti). E poi ancora, la quantità di cani randagi difficile da stimare e la
prima legge contro i loro combattimenti che fu promulgata solo nel 2002. In complesso,
emerge il profilo di una metropoli al limite della sovrappopolazione e con un grande divario
economico. Proprio in questa spaccatura si inseriranno la sceneggiatura di Guillermo
Arriaga (Città del Messico, 1958) e la regia di Iñárritu.
Una pellicola ad episodi non sempre corrisponde ad una successione di narrazioni tra loro
indipendenti. In questo caso Arriaga e Iñárritu giocano con il concetto di film antologico,
architettando una struttura per cui il primo capitolo è strettamente necessario allo sviluppo
degli altri due. Particolarmente sorprendente è il montaggio (partecipato dallo stesso regista)
grazie a cui conosciamo fin da subito l’espediente narrativo che unirà i tre racconti: un
violento incidente stradale le cui origini potranno essere ricostruite passo dopo passo,
mentre l’introduzione delle altre storyline avviene tramite flash intermittenti. L’incipit di
“Amores Perros” ha anche il merito di anticipare quella che sarà la sua stessa evoluzione. Il
terzo capitolo, intitolato “El Chivo y Maru”, metterà in scena una collisione simbolica tra le
due sfere sociali coinvolte nell’incidente stradale: quella dell’economia sommersa e illegale,
ben ritratta nell’episodio di apertura “Octavio y Susana” e quella altolocata e benestante,
protagonista del secondo “Daniel y Valeria”.
La radicale occasione di svolta che il Messico mancò, sotto molti aspetti, in quell’anno 2000
fu invece colta in pieno dalla sua industria cinematografica. L’anno seguente vide infatti la
consacrazione di Alfonso Cuarón che, sebbene già attivo nel corso degli anni Novanta,

esplose grazie a “Y Tu Mamá También", del 2001 (che con “Amores Perros” condivideva tra
i volti protagonisti quello del giovane Gael García Bernal). Un discorso simile vale anche per
Guillermo Del Toro (“Il Labirinto del Fauno” del 2006 e “La Forma dell’Acqua” del 2017 tra i
suoi film più importanti), che con il suo cinema politico di genere si è ormai costruito la fama
di maestro. Tre nomi, eclatanti, chiamati a rappresentare un movimento che in quegli anni di
inizio secolo fu capace di uscire dai confini nazionali per affermarsi nei festival e premi di
tutto il mondo.

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