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Bugonia e la sua tragica lettura del nostro presente

2025-11-03 18:23

Luca Origo

Recensioni,

Bugonia e la sua tragica lettura del nostro presente

In occasione della 82 a Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato Bugonia, nonolungometraggio di Yorgos Lanthimos (Atene, 1973). Con il suo cine

In occasione della 82 a Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato Bugonia, nono
lungometraggio di Yorgos Lanthimos (Atene, 1973). Con il suo cinema, il regista greco ha
sempre indagato le derive del controllo esercitato dagli esseri umani sui loro simili. Pellicole
come Dogtooth (2009) e The Lobster (2015) sono forse state le più efficaci nello svelare
determinate dinamiche manipolatorie che ci impediscono di vivere assieme, in famiglia e in
società, senza ferirci a vicenda. Anche l’ultimo Bugonia non si priva dell’elemento del potere
che, a volte tenuto in pugno e altre desiderato, ritorna in forme diverse a caratterizzare tutti i
film di Lanthimos.
Il lungometraggio, alla cui produzione ha partecipato anche Ari Aster (regista, tra gli altri, di
Hereditary e Midsommar), si presenta come remake in lingua inglese del cult sudcoreano
Jigureul jikyeora! (2003) - letteralmente “salvare la Terra!”- diretto da Jang Joon-hwan. La
sinossi vede un uomo, vittima di una società che l’ha prima abbandonato e poi nutrito con
teorie del complotto, rapire il rappresentante di una grande azienda farmaceutica con
l’obiettivo di smascherare le sue origini aliene e ostacolare il suo piano per la distruzione del
nostro pianeta. Forte della sceneggiatura ereditata, Bugonia permette allo stile di Lanthimos
di fondersi per la prima volta con quei tratti che sono tradizionali nella dark comedy e nel b-
movie di genere.
Il film è interamente retto dal confronto tra Michelle Fuller e Teddy, e dunque dalle
interpretazioni sontuose di Emma Stone e Jesse Plemons. Tra i due non c’è mai un vero
dialogo, la loro umana propensione all’ascolto dell’altro è compromessa dalle rispettive
corruzioni, anch’esse umane. Chi vuole ribaltare il potere (Teddy) fallisce, cadendo a sua
volta nello schema egoistico e prevaricante di chi il potere lo detiene (Michelle). Per
l’umanità non c’è via d’uscita e lo stesso concetto è restituito dalla regia che insiste sui primi
piani e sui dettagli dell’ambientazione, similmente asfissianti. Il punto di Bugonia non sembra
stare tanto nell’intreccio, nelle ragioni e nell’evoluzione dei suoi personaggi, quanto invece
nel loro rappresentare l’incomunicabilità e la disumanizzazione proprie della nostra
contemporaneità.
La radicalizzazione di Teddy viene inquadrata perfettamente nel tempo presente. Il suo
senso di sfiducia verso le istituzioni è dovuto al forte clima di polarizzazione politica, che si
nutre di semplificazione e disinformazione, e alle tante delusioni vissute imbracciando prima
una poi l’altra bandiera. Allo stesso tempo, è evidente che alle sue decisioni contribuisca
una certa motivazione personale: la vendetta per una madre rimasta vittima della
dipendenza da ossicodone (un antidolorifico oppioide). Ne risulta un climax assurdamente
reale, in cui ogni apparente esagerazione acquisisce credibilità minuto dopo minuto e di cui
ridere diventa sempre più difficile.
La “bugonia” è un episodio delle Georgiche di Virgilio in cui uno sciame d’api nasce
naturalmente dalle carcasse di alcuni tori secondo una credenza popolare molto diffusa: la
generazione spontanea di nuova vita da corpi inanimati. Non è la prima volta che Lanthimos
attinge dall’immaginario classico per dare forma ai propri film. Ne Il Sacrificio del Cervo
Sacro (2017), ad esempio, un mito greco veniva completamente attualizzato, anche se da
un punto di vista puramente formale. In Bugonia, il riferimento alle Georgiche è invece un
simbolo con cui l’autore greco sembra condannare il genere umano tutto, dopo averlo

accuratamente ritratto in tutte le sue follie. Assistendo al progredire del film e al modo in cui
accelera verso un finale memorabile, non si può che respirare un netto pessimismo verso la
nostra società, forse addirittura un augurio per il suo totale disfacimento. Chissà che, proprio
come descritto da Virgilio, da una simile fine non nasca qualcosa di diverso e magari
promettente.

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