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Festa del cinema di Roma – Un resoconto

2025-10-22 17:02

Luca Caltagirone

Festa del cinema di Roma – Un resoconto

di Luca Caltagirone Siamo giunti alla metà della 20ª Festa del Cinema di Roma, l’evento cinematografico più importante della Capitale che si svolge og

di Luca Caltagirone

 

Siamo giunti alla metà della 20ª Festa del Cinema di Roma, l’evento cinematografico più importante della Capitale che si svolge ogni anno presso l’Auditorium Parco della Musica e che dà voce a film, opere prime e serie tv da tutto il mondo. In questa giornata di riposo dalla Festa, approfittiamo per fare un bilancio delle visioni e un commento sull’organizzazione dell’evento.
Meno partecipata rispetto all’anno scorso (una risposta alla qualità dei film in programmazione?), la Festa si è aperta con il film “La vita va così”, una commedia diretta da Riccardo Milani (non a caso il marito di Paola Cortellesi, quest’anno Presidente della Festa) con Virginia Raffaeli, Diego Abatantuono e Geppi Pucciari. Non avendo visto il film, ci asteniamo dal commentarlo ma ci limitiamo a ricordare che il film di pre-apertura dell’anno scorso è stato “Megalopolis” del maestro Francis Ford Coppola.
Nella seconda giornata della Festa, oltre all’incontro con Lord David Puttnam e Uberto Pasolini, abbiamo visto ben due film: l’”Accident de piano” e “Eddington”. Il primo, diretto da Quentin Dupieux, è una satira dall’umorismo nero e grottesco che pone interessanti riflessioni sulla morbosità e “l’estetica del dolore” dei social network. La protagonista è Magalie, un influencer divenuta famosa grazie ad alcuni video estremi, che deve fare i conti con il suo passato e i suoi scheletri nell’armadio. Molto interessante, continua in parte il discorso satirico di “Sick of Myself” (Borgli, 2022) riguardo le ultime e inquietanti dinamiche circa l’uso dei social come strumenti di potere e visibilità raggiunti attraverso la spettacolarizzazione del dolore.
“Eddington” invece (il film più atteso della Festa?), è il western moderno di Ari Aster che dà voce al cortocircuito collettivo ed individuale che fu il 2020 americano (l’anno del Covid, dei social, delle proteste del Black Lives Matter), con un tono comico e satirico che ricorda alcune commedie dei fratelli Coen. Aster compie un lucido (e per questo preoccupante) ritratto della nostra contemporaneità e dell’immaginario post-moderno di cui facciamo parte, spostandosi (dobbiamo dirlo, a malincuore) sul genere western e abbandonando l’estetica dell’horror onirico.
Il giorno a seguire abbiamo visto “Cinque secondi” di Paolo Virzì, un dramma intimo di un padre in lutto (Valerio Mastandrea) che si trasferisce nelle stalle di una villa in rovina e il suo incontro-scontro con un gruppo di ragazzi che, muniti di sacchi a pelo, vogliono occuparsi dei vigneti abbandonati della villa. La convivenza fa riemergere i traumi e le colpe del passato, ponendo interessanti riflessioni sul tema del lutto, della paternità e della “distrazione” della nostra epoca. Virzì è un regista che, nel corso della sua carriera, ha alternato film mediocri come l’ultimo (terrificante) “Un altro ferragosto” a film particolarmente interessanti come “Il capitale umano”. “Cinque secondi”, per fortuna, si trova più vicino a questo secondo filone.
Sabato abbiamo visto “Couture” di Alice Winocour e “Vie privèe” di Rebecca Zlotowski. Due film dalla regia al femminile purtroppo non memorabili. Il primo, presentato dalla locandina con la scritta “come se i fratelli Dardenne si fossero rivolti al mondo della moda”, con l’acclamata Angelina Jolie come protagonista, racconta la storia di tre donne diverse durante la Fashion Week di Parigi. Il film alterna alti e bassi, con una storia frammentata e poco interessante che vuole raccontare i retroscena del mondo della moda in modo intimo e umano (qui il riferimento forzato con i poveri fratelli Dardenne).
“Vie privèe” è invece un thriller che alterna momenti di suspense a toni più comici ed eccentrici di una classica commedia famigliare. Jodie Foster interpreta la protagonista, una psichiatra che inizia ad indagare sul caso di una sua paziente morta suicida. Non malissimo, non benissimo, un film che il giorno dopo si dimentica piuttosto facilemente.
Domenica è stato il turno di “Good Boy” di Jan Komasa e del documentario “Brunori Sas. Il tempo delle noci” di Giacomo Triglia. Il film di Komasa è forse il più interessante visto fino ad adesso: in bilico tra fiaba nera e thriller claustrofobico, come dice il regista, è un’«allegoria del controllo e delle relazioni affettive». Risvegliatosi incatenato nel seminterrato di una villetta, il protagonista Tommy scopre di essere stato rapito da una apparentemente rispettabile (e per questo inquietante) famiglia borghese che ha l’intenzione di “rieducarlo” e farlo diventare un “bravo ragazzo”. Ottima interpretazione dell’attore protagonista Anson Boon, che bilancia con grande espressività un volto a tratti sofferente e a tratti vendicativo.
Il documentario su Brunori Sas è un viaggio intimo e profondo all’interno dell’immaginario personale e creativo del grande cantautore italiano. Non interesserà a tutti, ma a chi piace e ascolta la sua musica non può che apprezzare.
L’ultimo film visto fino ad adesso è “Nouvelle Vague” di Richard Linklater, il quale è stato anche insignito del Premio alla Carriera dal grande maestro Marco Bellocchio (del quale avremo la fortuna di assistere a una Masterclass nei prossimi giorni). Il film, quasi fosse un documentario, racconta il percorso creativo di Jean-Luc Godard durante le riprese di “Fino all’ultimo respiro”, film cardine di quella straordinaria stagione che è stata la Nouvelle Vague francese. «Io voglio immergermi nel 1959, voglio uscire con la gente della Nouvelle Vague», ha detto Richard Linklater, e in effetti il film ti fa immergere nelle strade parigine durante la fiaba piena di vita dei protagonisti della Nouvelle Vague. La genialità sta nel fare un film su Godard diretto come lo avrebbe diretto Godard. Ed infatti questo omaggio alla cinefilia ci è piaciuto molto.
Un resoconto finale di questa prima parte della Festa del cinema? Buono, con film di grande interesse come “Good Boy” e “Nouvelle Vague” con altri più dimenticabili come “Couture” e “Vie Privèe”. Ma mancano alla lista ancora alcuni dei film più attesi: “Il Was Just an Accident” del maestro iraniano Jafar Panahi, “Dracula: a Love Tale” di Luc Besson, o, per restare in patria, “Illusione” di Francesca Archibugi. Ma di questi e altri film ne parleremo in un prossimo articolo dedicato.

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