Abbandonato l’estetismo ridondante del precedente Parthenope, Paolo Sorrentino torna in concorso alla Mostra di Venezia con La grazia, un film che sceglie la via della sottrazione. Il tono è più severo, quasi austero, e l’apparato visivo volutamente spoglio: niente più parate di corpi, luci e scenografie che cercano di abbagliare forzatamente lo spettatore a ogni inquadratura. Qui il regista sembra voler rinunciare al piacere della seduzione per tentare un gesto diverso: spingere lo sguardo nelle crepe del potere, smontarne la retorica, raccontarne la nudità - ma dimenticatevi la satira corrosiva de Il Divo.
Il cuore della vicenda è il Presidente della Repubblica Mariano De Santis, interpretato da un Toni Servillo misurato e intenso. Non è un uomo di marmo, né il custode inossidabile delle istituzioni: è un anziano fragile, che porta sul corpo e nello sguardo il peso della memoria e della stanchezza. È un uomo di legge che ha fatto dei suoi doveri lavorativi una ragione di vita, legato alle proprie convinzioni etico-religiose e imbrigliato in un immobilismo fatto di regole e tradizioni che riflette echi e strascichi democristiani. La richiesta di grazia che gli arriva sul tavolo non è soltanto un atto burocratico, ma si trasforma nella rappresentazione di un dilemma insolubile. Concedere o negare: dietro la firma presidenziale si apre un abisso che riguarda il senso stesso della giustizia, della pietà, della responsabilità.
Tuttavia, nel proprio specchio austero e arcaico il presidente non sembra più riconoscersi, l’immagine di se stesso gli appare falsa, un simulacro vetusto ma profondamente reale, per questo insopportabile - da qui il fastidio epidermico per il soprannome di “cemento armato”.
Dietro i gesti protocollari, dietro la solennità dei corridoi deserti del Quirinale, si intravede l’uomo spogliato delle sue armature, costretto a interrogarsi sul senso dei giorni passati e preoccuparsi di quelli che verranno. In questo scarto risiede il nucleo del film: nel limbo sottile tra la stasi e la memoria dei giorni passati,e il cambiamento repentino e inarrestabile del presente, Sorrentino inscena il dramma di uomo sospeso tra due mondi, inevitabilmente costretto a scegliere una direzione. La grazia che dà il titolo al film non si esaurisce quindi sul significato giuridico del termine bensì acquista il senso religioso di purificazione, di un cammino interiore alla ricerca del coraggio di prendere una posizione.