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Il patriarcato "sentimentale" di Joachim Trier

2026-01-28 23:50

Emma Avellino

Il patriarcato "sentimentale" di Joachim Trier

Fuori, colpi di stato, guerre e genocidi, dentro la “casa” di Sentimental Value, invece, solo i drammi familiari del microcosmo, borghese e intellettu

Fuori, colpi di stato, guerre e genocidi, dentro la “casa” di Sentimental Value, invece, solo i drammi familiari del microcosmo, borghese e intellettuale, la storia che ricomincia non esiste nemmeno come rumore di fondo e la tremenda inattualità di questa operazione è assordante. Sentimental Value, vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 78º Festival di Cannes, è l’ultimo film di Joachim Trier, ed è il candidato norvegese come miglior film straniero, e non, ai premi Oscar 2026.

Il film si apre con il funerale della madre della protagonista Nora (Renate Reinsve), affermata attrice di teatro, dove lei e la sorella Agnes reincontrano il padre Gustav (Stellan Skarsgard), regista settantenne di un certo rilievo ma da tempo inattivo, andatosene di casa quando erano ancora bambine. La sua presenza inaspettata, in realtà, nasconde uno scopo preciso: vuole che la figlia reciti nel suo nuovo film, apparentemente per facilitarne la produzione.

Ciò porterà la famiglia intera ad affrontare drammi apparentemente sepolti, da Agnes nella costruzione di una famiglia propria e da Nora nella depressione. Il cinema, la loro casa d’infanzia e la morte sono i tre assi attorno cui si dispiega tutto il film.

Sentimental Value, seppur con un’ottima regia e con trovate di sceneggiatura interessanti, mette in scena il solito dramma della famiglia borghese in una chiave falsamente femminista. Il film si dispiega come il processo che porterà il padre Gustav, regista, sceneggiatore e intellettuale, ad ottenere l’assoluzione dai suoi peccati e deficienze emotive nei confronti delle figlie, proprio per mezzo del suo genio artistico. Trier riprende il motivo patriarcale della giustificazione dell’incapacità degli uomini di star accanto alle proprie mogli e famiglie, e come in ogni buon film di questo tipo lo perdona grazie al suo talento. Il regista pensa di uscire dai soliti cliché misogini scegliendo come protagonista una donna, ma è in realtà una falsa protagonista: l’unico vero motore del film è il padre Gustav. Ciò è ricostruito con un’ottima metafora cinematografica: come i personaggi di Trier acquistano un senso narrativo solo in relazione a lui, così anche nella realtà fittizia, le figlie e il nipote esistono davvero solo quando sono davanti alla macchina da presa di Gustav.

La caratterizzazione di Nora, inoltre, è tutt’altro che femminile, sembra piuttosto scritta per essere un personaggio maschile, con tutti gli stereotipi che ne derivano: l’incapacità di legarsi sentimentalmente ai partner, la scarsa volontà di costruirsi rapporti significativi, la concentrazione di tutte le proprie energie nel lavoro alla ricerca successo, diventando così lei stessa una copia del padre Gustav nonostante la si mostri apertamente in conflitto con lui per tutto l’arco della pellicola. È facile cadere in questo inganno, soprattutto in tempi in cui il nostro immaginario della

femminilità si compone di figure come Giorgia Meloni o Ursula von Der Leyen che vengono accettate in quanto donne solo perché ricalcano tutte le movenze e i tic dei loro colleghi uomini. L’unico personaggio autenticamente femminile di tutto il film è la sorella Agnes, alla quale viene infatti rimesso tutto l’onere della cura, nei confronti del suo nucleo famigliare originario e attuale; è infatti l’unico personaggio del film che non si dedica all’arte nella propria vita e viene da chiedersi se sia proprio per questo che merita di esistere solo in quanto madre e sorella agli occhi di Trier.

L’elemento più interessante di Sentimental Value è il luogo dove tutto si svolge: la grande casa d’infanzia, enorme, piena di marmi, simbolo immortale del ‘900 padronale e borghese, neanche a farlo apposta una delle stanze era lo studio di psicoanalisi della defunta madre. La casa è una delle chiavi metaforiche del film, ed è motore dei drammi familiari che passando per deportazioni naziste, suicidi e rapporti disfunzionali, portano la famiglia a costruirsi nel modo in cui si configura al momento dello svolgimento del film. Non è un caso che la risoluzione dei conflitti avvenga con la distruzione della casa, che con una brillante soluzione metacinematografica viene ricostruita sul set del padre, e diviene dunque lo scenario della conclusione tanto del film di Gustav che di Trier e quindi di tutto l’intreccio.

La durezza delle critiche non deve essere fuorviante, la pellicola è di assoluto valore cinematografico e il regista tiene agilmente le due ore, ma quando si ha l’ambizione di giocare nella massima serie dell’arte cinematografica non si può né essere sordi verso il reale né pensare che cambiare il sesso di personaggi clichè basti a fare la rivoluzione.

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