Uncle Yanco (1967)
In questo corto-documentario del 1967 Agnès Varda esplora la realtà di uno zio mai conosciuto, Uncle Yanco, un pittore che vive a San francisco in una casa galleggiante, e si racconta con tono lieve e sognante, attraverso immagini sensoriali che evocano un senso di vicinanza e di affetto; Un uomo che attraverso i suoi racconti che si percepiscono come carezza si rivela un'anima pura, fine, introspettiva e affine alla natura. Quello che ci viene mostrato è un universo atemporale, libero dalle convenzioni in cui la società ci costringe, nel quale non esiste il peso schiacciante che spinge l’essere umano a dover produrre per acquisire valore e legittimare la propria presenza nel mondo. Ognuno occupa la sua piccola porzione di spazio sulla terra, trovando la completezza nel suo puro esistere e nel seguire le proprie inclinazioni naturali. Si tratta di una realtà caratterizzata da equilibri propri ed abbracciata dal mare, fonte di ispirazione e speranza, che la isola e la protegge, donandole una purezza rara.Quest’opera ci dimostra la relatività del tutto, come i valori umani siano costrutti artificiali, completamente irrazionali, come questi possano essere ridisegnati, come il necessario sia superfluo e come sia importante abbandonarsi ai tratti del proprio disegno interiore entrando in armonia con la realtà.L’arte qui è il nucleo di ogni cosa, tutto in essa si dematerializza, parla attraverso l’astrattezza delle sue manifestazioni, i colori si mescolano tra loro narrando l’essenza più profonda dell’esistenza. L’invito è quello a lasciarsi andare alla sua sublime bellezza che ci libera e ci salva, a lasciarsi investire dalla piacevole perturbazione che provoca l’irrazionale, dalla confortante consapevolezza delle infinite disponibilità che l’uomo possiede per dipingere il mondo con i propri occhi.
Di Giulia Losciale
Daguerréotypes (1975)
Ispirandosi alla prima tipologia di sistemi fotografici, Agnès Varda realizza
nel 1975 Daguerréotypes, documentario in cui effettua una retrospettiva
sulle vite di commercianti e artigiani di Rue Daguerre, nel XIV
arrondissement parigino, nel raggio di 50 metri dalla sua abitazione.Il
documentario ha un’impostazione da lungometraggio di fiction, evidente
dall’attenzione maniacale nelle inquadrature. Varda alterna camere fisse al
di fuori delle vetrine in cui si diletta ad imitare l’occhio di un passante che si
ferma interessato alla scena interna al negozio, a camere mobili (più
prevalenti di quelle fisse). Quando tiene la camera a spalla la regista ha
due principali intenti: seguire le persone nelle strade, il loro modo di
passeggiare, le loro espressioni, quando vanno in bici oppure in moto - le
osserva nei dialoghi quotidiani, ricchi di vita, quella vera, fatta di impegni e
malanni; oppure seguire i commercianti nelle loro mansioni, con un piano
più ravvicinato – riprende l’opera lavorativa: il macellaio che taglia la carne,
il sarto all’opera, il panettiere. Tenta però di scovare anche la noia
dell’attimo di attesa, l’imbarazzo, le indecisioni del cliente. Riprende i
momenti di apertura del locale e di chiusura. Dopo averci presentato i protagonisti, Varda cerca l’exploit emotivo come lo si fa da sempre: raccontando storie. Storie in cui poter immaginare, fare supposizioni, incamminarcisi. Ci sono quindi vari momenti in cui i commercianti si raccontano.Interessanti soprattutto dal punto di vista tecnico sono le sequenze in cui vengono cuciti dei parallelismi tra i trucchi
di magia di un illusionista e le vite dei commercianti: particolarmente
emozionante sarà l’analogia tra la manualità dell’illusionista e quella degli
artigiani. Lì, in quei pochi istanti di montato sono condensati anni e anni di
esercizio e pratica quotidiana, di passione, ma anche di noia, rimpianti e
sofferenze: sarà commovente osservare la maestria di persone che
dedicano una vita ad un mestiere. Proprio quest’ultima, la dedizione cieca
alla professione, unita alla noia e i doveri della vita vera, costituiranno i temi
della disincantata sequenza finale. Alla fine della visione lo spettatore si interrogherà se quello che ha appena visto sia “un reportage, un omaggio, un saggio, un rimpianto, un rimprovero
o un approccio”, ma quello che la regista ci dice in realtà è di passare oltre.
Agnès Varda quindi ci suggerisce a bassa voce che è solamente frutto del
pensiero di una semplice donna di quartiere appassionata di fotografia. In
effetti, l’origine e la forza di questo documentario stanno nel suo
concepimento: guardando la vetrina “sospesa nel tempo” del Chardon
Bleu, caratteristico negozio di quartiere, Varda si trova a fantasticare sul
concetto di tempo. Il tempo pervaderà ogni secondo di girato: il tempo
come passa in quel piccolo negozio del suo vicinato; il tempo delle attese
davanti alla vetrina aspettando i clienti; il tempo della manodopera per la
messa a punto di un orologio antico o il tempo utile per la lievitazione del
pane; il tempo di una passeggiata lungo la via per fare due commissioni.
Il tempo di una vita concentrata in un quattro mura, in una manciata di
movimenti, in una manciata di nozioni, in una moltitudine indefinita di
tentativi, prove, errori, migliorie. Cosa racchiude, meglio di una fotografia, il
tempo di una storia in uno sguardo? A tale scopo, il dagherrotipo, simulato
nelle ultime scene quasi come fossero titoli di coda, conferirà ancora
maggior espressività e la sua ambivalenza sarà la chiave: dinamicità –
l’esposizione della lastra richiedeva fino a qualche minuto – e puntualità –
l’immagine scattata sarà una e una sola, per sempre. di Gianmarco Cavallaro
