FINIS TERRAE: il racconto di un’isola oltre il confine
Finis Terrae era nell’antichità un luogo fisico che per alcune sue caratteristiche segnava un confine del mondo. Alicudi può considerarsi un “Finis Terrae” geografico e antropologico dell’era moderna. Partendo da questa fascinazione abbiamo iniziato una ricerca di immagini e di suoni per restituire le nostre impressioni dell’isola.
Con queste parole si apre Finis Terrae il documentario di Marzia Rumi dedicato ad Alicudi. Poche frasi ma fondamentali che non solo forniscono allo spettatore-lettore le coordinate della visione ma in qualche modo lo preparano all’esperienza. È qualcosa di diverso rispetto a una semplice dichiarazione d’intenti e di poetica, sono parole che racchiudono in qualche modo il significato del film: non è solo una gita alla scoperta di un’isola della Sicilia meravigliosa e selvaggia ma un viaggio verso un confine oltre il quale c’è un altro mondo, un punto limite fisico che opera da frontiera e, in quanto tale, cristallizza simbolicamente le tensioni e le contraddizioni che la attraversano. La scritta iniziale non occupa i primi fotogrammi del film (come per una banale spiegazione del titolo) ma in questo prologo c’è di più, un prima e un dopo nei quali si può leggere un ulteriore scarto simbolico: non si limita a preparare lo spettatore al viaggio verso il confine ma si sostituisce effettivamente ad esso. Una dissolvenza al nero investe l’immagine e inghiotte il corpo e la voce di Angelo, il nostro traghettatore o psicopompo, che cammina per le strade di Roma per poi riaprirsi su un aliscafo diretto ad Alicudi. Queste frasi raccontano il viaggio che stiamo per intraprendere e contemporaneamente vi si sostituiscono trasportando lo spettatore nel giro di pochi istanti verso un punto limite, un passaggio per un altrove che è possibile leggere come un Finis Terrae dell’era moderna. Lo scarto tra la vicinanza geografica e la distanza di un altro mondo è troppo grande, la forza sconvolgente dell’impatto è difficilmente rappresentabile e restituibile. La contraddizione può essere risolta solo con i mezzi sempre illusori del cinema anche nella forma documentaria: la parola che si fa immagine, lo stacco, la dissolvenza.
Finis Terrae è il racconto di un’isola ai confini del nostro paese, un luogo fuori dal tempo che sembra sfuggito all’antropizzazione del mondo in cui scorre una vita primordiale tanto lontana dai ritmi frenetici e instancabili della modernità quanto avulsa dai numerosi privilegi che essa ci mette a disposizione, ormai completamente integrati e naturalizzati nei nostri modelli di vita.
Da dove nasce l’incontro e il bisogno di raccontare questa terra e questa realtà? Esiste davvero questo mondo, o è costruito dal nostro sguardo ancorato ad abitudini e modelli completamente opposti? Come rappresentare e restituire la vita nell’isola senza sfruttarne l’immagine esteriore e tradire la sua essenza? Quali sono i confini tra l’innamoramento della scoperta, la conoscenza di un’altra realtà e la fascinazione esotica di un mondo così vicino ma apparentemente cristallizzato in un tempo ormai perduto per sempre?
Ne abbiamo parlato con la regista Marzia Rumi in occasione della presentazione del suo documentario in un cineclub di Roma, una delle tante tappe che fanno parte della laboriosa e complessa realtà distributiva italiana del cinema documentario, a cui si accompagna viceversa l’ottimo percorso festivaliero che ha visto il film ottenere prestigiosi premi lungo tutta la penisola. Segnaliamo a proposito i numerosi riconoscimenti ottenuti in Sicilia tra gli altri a Noto (Vision 2030), Avola (Corti di Mare), Cefalù (Festival del cinema di Cefalù), tappe importanti di un viaggio che ha portato il film anche al di fuori dei confini italiani con la partecipazione ad importanti festival europei, non ultimo il recente International Film Festival di Assen in cui il film è stato presentato dall’Istituto italiano di Cultura di Amsterdam in collaborazione con DocuDonna Festival.
“Questo film lo paragono tantissimo ad un amore, la prima volta che sono arrivata mi sono innamorata immediatamente come un colpo di fulmine, mi sembrava tutto bello, ero estasiata completamente da Alicudi. Poi quando sono tornata la seconda volta, sono stata due mesi, questa volta da sola, e ho iniziato ad avere una pressione, a sentire il peso di una vita fatta di monotonia, di silenzi. Volevo scappare. Poi l’ho accettata, ne ho conosciuto e accettato i difetti e siamo arrivati ad un compromesso. È stato tutto un evolversi, come si evolve un amore.”
Ogni immagine di Finis Terrae restituisce l’ambiguità del suo oggetto, Alicudi. Un punto di confine e zona liminare perennemente attraversato da correnti dialettiche che si confrontano, confondono e sovrappongono l’una nell’altra. Necessariamente si tratta di un “confine della terra” per conformazione in quanto isola e quindi di per sé luogo di separazione naturale, e posizione (l’ultima delle Eolie). Ma il confine non è solo geografico bensì anche sociologico e antropologico, per certi aspetti quasi metafisico se con questo termine è possibile intendere le suggestioni ancestrali e primordiali raggiunte negli istanti più densi del documentario. Gli stessi abitanti dell’isola, tra chi ci è nato e cresciuto e ne vive i confini come i limiti del proprio universo, chi l’ha scoperta e l’ha scelta e chi si muove a cavallo tra i due mondi, riportano la natura anfibolica del luogo: da un lato un paesaggio meraviglioso e sublime percepito di volta in volta come un avamposto, un’oasi, addirittura una culla salvifica; dall’altro una terra inospitale, faticosa e difficile, una gabbia silenziosa e spettrale vissuta come una prigione. Sono infatti proprio i silenzi a rendere l’idea di alterità che caratterizza l’isola. Il luogo comune del silenzio assordante è in questo caso più che mai efficace e puntuale nel restituire l’idea di uno spazio oltre i confini del mondo, almeno quelli del nostro mondo il cui tappeto sonoro incessante, sempre più artificiale che naturale, rappresenta l’ineliminabile rumore di fondo delle nostre esistenze.
“Quando vai ad Alicudi la cosa interessante è che l’ambiente sonoro è molto diverso da quello che viviamo noi: quando arrivi sull’isola ti fanno quasi male le orecchie, appena esci dall’aliscafo hai una sensazione strana, il cervello si svuota e i suoni sono molto definiti, tu non senti quasi niente. All’inizio solo questo rumore dell’aliscafo che se ne va e poi ascolti il silenzio, quindi gli zoccoli degli asini, la persona che passa, quello che chiude lo sportello…”
Nel film il lavoro sul suono, affidato alla musicista Sofia Albanese, è curato nei minimi dettagli e contribuisce come l’immagine e forse più di essa alla rappresentazione di quella stratificazione e complessità nascoste dietro l’apparente semplicità tutta terrena dell’isola che il documentario si propone di far emergere già dalla dichiarazione di poetica contenuta nelle scritte iniziali.
“La prima volta sono partita con Sofia, una mia grandissima amica, compagna di vita e di viaggio, straordinaria musicista. Lei è venuta con me, si è dedicata alla raccolta dei suoni e io delle immagini. I suoni, i rumori, il vento, il mare, i pesci, gli uccelli e le musiche di Sofia sono stati rielaborati a partire da queste registrazioni. Nel film abbiamo cercato di lavorare in modo che l’immagine e il suono fossero sullo stesso piano, valessero allo stesso modo. Lo stesso film è diviso in capitoli che corrispondono alle diverse canzoni, ci abbiamo lavorato tanto che poi Sofia dalle musiche del film ha fatto un album disponibile su Spotify.”
Ad Alicudi i rumori e soprattutto i silenzi della natura non sono quelli placidi e rilassanti di una gita in montagna, ma si caricano di significati simbolici e conflittuali. In Finis Terrae all’immagine meravigliosa e ancestrale di un paesaggio incontaminato corrisponde un controcampo sonoro unico e irripetibile. Nei silenzi terapeutici e quasi insopportabili i singoli suoni umani, animali e atmosferici si impongono con tale forza e precisione da essere irriconoscibili, quasi provenissero da un altro universo governato da leggi diverse, appartenenti ad una realtà che sembra esistere solo al di là del confine.
Finis Terrae dipinge Alicudi e ne riflette l’essenza. La regista è ben consapevole dei limiti e delle difficoltà di quell’idilliaca vita lenta che procede per cicli e ripetizioni, sempre uguale e insieme profondamente diversa, e non cade nella tentazione di raccontarla esclusivamente come via di fuga possibile dalla modernità, panacea di ogni male del nostro presente. Al rapporto organico con la natura, ultimo baluardo nostalgico di un mondo perduto per sempre, si oppone immediatamente l’idea di sopravvivenza. All’utopica idea di bastare a sé stessi, finalmente unici padroni del proprio destino, corrispondono immediatamente i racconti e le immagini delle difficoltà di una vita condotta ai limiti dell’indispensabile. Allontanandosi da una rappresentazione senza ombre e rifiutando la fin troppo facile immagine stereotipica del locus amoenus, Finis Terrae compie l’impresa, particolarmente ardua nei limiti di un giro d’orologio, di raccontare Alicudi tenendo conto della sua complessità e delle sue sfaccettature. Evitando di proporre un modello alternativo che scadrebbe in un utopismo vuoto e fine a sé stesso, Marzia Rumi mette ancora una volta l’uomo al centro del suo sguardo, pone lo spettatore in un dialogo ideale non solo con le immagini del film ma con gli stessi abitanti dell’isola e, senza dare risposte che indicano una direzione, invita ciascuno a riflettere sul significato profondo dell’esistenza di un altro stile di vita, così vicino a noi eppure così distante.
