Le Cascate del Salto, opera prima di Flavio Stano, ci parla di Marcello, un giovane uomo che, sotto le apparenze dei suoi precisi programmi sul futuro e ferme visioni, sta ancora scoprendo sé stesso. Ad accompagnarlo da sempre l’adolescente Gioele, il suo migliore amico, un sognatore puro; per lui il tempo sembra fermarsi sotto le nuvole della loro infanzia, mentre Marcello è pronto a partire verso la grande città per trovare l’età adulta. L’ultima estate insieme, durante un'escursione per inseguire la leggenda delle "Cascate del Salto", sarà per i due rivelatrice. Nel percorso cresceranno, si scopriranno e comprenderanno le loro verità.
Oggi ho avuto il piacere di intervistare il regista, Flavio Stano, con cui abbiamo approfondito le tematiche trattate nel cortometraggio e alcuni aspetti estetici della sua opera. Di seguito l’intervista.
Le cascate danno origine al viaggio dei due protagonisti. Come è nata l’idea di partire proprio da questo elemento? Lo avevi previsto fin dall’inizio oppure è arrivato dopo, magari anche con un valore simbolico?
«La cosa interessante è che, per quanto riguarda la scrittura, inizialmente ero partito da un soggetto molto abbozzato. Sapevo che volevo raccontare un percorso, una storia di formazione, e per me era importante avere almeno alcuni elementi solidi. Quando poi ho presentato il progetto ad Annapaola, con cui ho scritto il corto, le cascate in realtà non c’erano ancora: sono nate dopo. A un certo punto mi interrogavo molto sulla paura di fare l’ennesimo racconto di formazione, perché è facile muoversi su un terreno già battuto e quindi il rischio di cadere nella banalità è alto. La scrittura è durata circa cinque mesi, partendo comunque da un’idea già presente. Le cascate sono arrivate quando ho pensato che sarebbe stato interessante se il percorso dei protagonisti fosse verso una meta che forse non esiste. All’inizio doveva essere un luogo fisico, qualcosa di concreto che rappresentasse l’arrivo. Poi invece mi è sembrato più interessante lasciare il dubbio. Nel corto, infatti, non sappiamo davvero se le cascate esistono oppure no. Mi piaceva l’idea di giocare sulla metafora. Arriviamo a questo punto, sentiamo il suono, vediamo loro che corrono, ma restiamo sospesi tra l’arrivo reale e la possibilità che quel luogo non esista. Per loro però esiste, perché a un certo punto riescono a percepirlo.»
Il finale lascia volutamente una sensazione di sospensione: i protagonisti decidono di tornare indietro, poi sentono il rumore delle cascate e ricominciano a correre, ma non vediamo se arrivano davvero. Ti interessava chiudere il film mantenendo aperta questa dimensione di ricerca?
«Io rispondo sempre dicendo che la cosa interessante è come lo percepisce chi guarda. In realtà non sono un grande amante dei finali troppo sospesi. Poi su questo si potrebbe aprire un dibattito, però secondo me il corto non è così aperto come sembra. Ti lascia dei pensieri, certo, ma io lo trovo abbastanza chiuso. Una cosa che abbiamo fatto molto bene con Annapaola è stata proprio lavorare sulla struttura. Anche se è un cortometraggio, resta comunque un piccolo film, e mantenere una struttura solida non è semplice. Secondo me il corto potrebbe anche chiudersi prima della scena del suono delle cascate. Molti spettatori hanno la percezione che loro abbiano già raggiunto il loro obiettivo. È quasi come se ci si dimenticasse dell’elemento delle cascate, che all’inizio è solo un pretesto per partire. Infatti anche all’inizio sentiamo parlare delle cascate, ma non vengono nemmeno nominate in modo preciso: sono davvero solo uno spunto per far partire il viaggio. Quello che mi interessava davvero era il percorso che fanno insieme. Poi abbiamo deciso di inserire quell’elemento più lirico alla fine. Io lo volevo molto, perché secondo me la scoperta non è mai un luogo sicuro, non è mai qualcosa di chiuso o definitivo. Anche nella vita succede così: arrivi a un obiettivo e subito dopo ce n’è un altro. Nel corto la scoperta è soprattutto una scoperta di sé, quindi volevo che restasse quella sensazione di evoluzione continua. Il suono delle cascate arriva dopo che loro hanno già scoperto qualcosa, ed è quasi un ricamo finale. È come dire che, se ti metti davvero alla ricerca, prima o poi qualcosa lo senti.»
Il film resta sempre molto vicino ai due personaggi, Gioele e Marcello, immersi nella natura, senza aprirsi ad altri ambienti o ad altri personaggi. È stata una scelta presente fin dalla scrittura oppure è nata in un secondo momento, per mantenere il racconto più concentrato sul loro rapporto?
«Io amo scrivere con altre persone, perché per me è una cosa molto importante. Mi stimola, mi mette in discussione, mi aiuta a farmi delle domande. Non credo che riuscirei a scrivere da solo fino in fondo, perché lo scambio con qualcun altro è fondamentale. Con Annapaola all’inizio avevamo proprio il dubbio su quanto espandere il racconto e quanto invece tenerlo concentrato. Durante la scrittura è entrato un elemento che poi è diventato centrale, cioè la sospensione del tempo. Nel corto vediamo due ragazzi contemporanei, c’è il cellulare, capiamo che sono nel presente, però intorno a loro non c’è un contesto definito. Non è una mancanza, è stata una scelta. Mi interessava raccontare dei giovani alla ricerca di sé stessi senza legare troppo la storia a una generazione precisa. Il fulcro era più emotivo che generazionale. All’inizio avevamo anche scritto delle scene con altri amici, perché stavamo cercando di capire in che direzione andare. Poi ho capito che mi interessava di più sospendere loro due in un mondo quasi chiuso, come se il corto raccontasse un universo in cui esistono soprattutto loro. È come se fosse un racconto reale dentro un’atmosfera leggermente fiabesca.»
Il viaggio nella natura non è soltanto uno sfondo, ma sembra accompagnare il cambiamento dei personaggi, quasi come se il movimento nello spazio andasse di pari passo con la loro evoluzione. Che tipo di lavoro hai fatto nella scelta dei luoghi e nel modo di filmarli?
«Io ho detto subito che volevo girare in Umbria. Volevo che il primo corto fosse nel posto in cui sono nato, perché per me aveva un valore affettivo forte. In qualche modo è il luogo in cui mi sono scoperto.
Abbiamo fatto degli scouting già durante la scrittura, e questo ci ha aiutato molto, perché alcune scene sono nate proprio dai luoghi. Con poco budget devi adattarti a quello che hai, quindi più riuscivamo a sfruttare il contesto naturale, più il corto guadagnava qualità. Molti posti li conoscevo già, perché da piccolo passavo lì le estati con gli amici. Andavamo in tenda, esploravamo luoghi, e uno di questi era quello che nel corto chiamiamo “l’hotel del matto”, che esiste davvero. La paura che prova Gioele in quella scena viene anche da ricordi miei, e mi interessava condividere qualcosa di personale con i personaggi.»
In una delle scene centrali vediamo per la prima volta Gioele più spaventato di Marcello, mentre fino a quel momento sembrava il contrario. È stato un modo voluto per ribaltare i loro ruoli e mostrare un cambiamento nel rapporto tra i due?
«Sì, mi interessava ribaltare le posizioni. Dopo il litigio cambia qualcosa tra loro. Marcello trova il coraggio di andare avanti, mentre Gioele si trova in difficoltà. Mi piaceva che a un certo punto le sicurezze si invertissero. È come se arrivati lì si scambiassero i ruoli.»
Le interpretazioni degli attori risultano molto naturali e spontanee. Come hai lavorato con loro durante il casting e le prove per arrivare a questo tipo di risultato?
«Il casting è stato lunghissimo. Ho iniziato mentre stavamo scrivendo, perché il film si reggeva tutto sul rapporto tra loro e avevo paura che la chimica non funzionasse. Giovanni e Jacopo sono arrivati quasi alla fine dei casting. Li abbiamo provati per lo stesso ruolo, poi ho capito che funzionavano molto insieme ma in parti diverse. Studiavano entrambi al Centro Sperimentale, quindi avevano già confidenza. Abbiamo fatto un mese e mezzo di prove, anche all’aperto, per creare fiducia. Sul set avevamo solo quattro giorni e tante location, quindi dovevamo arrivare preparati. Hanno lavorato tantissimo e sono stato molto fortunato.»
Il corto ha un tono molto contemplativo, a tratti quasi onirico. È una direzione che senti vicina al tuo modo di fare cinema, oppure pensi che ogni progetto richieda di trovare una forma diversa?
«È una domanda che mi faccio anche io. Sto scrivendo un altro corto e mi accorgo che alcuni elementi tornano, soprattutto questa dimensione di ricerca e di sospensione. Mi viene naturale inserire qualcosa di lirico, qualcosa che sta un po’ sopra la realtà. Però non credo che farò sempre film così. La ricerca identitaria è uno spazio in cui mi sento a mio agio, ma non voglio chiudermi lì.»
