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Oltre il mito materno: Tua Madre di Leonardo Malaguti, intervista al regista

2026-02-07 17:00

Chiara Bosin

Oltre il mito materno: Tua Madre di Leonardo Malaguti, intervista al regista

Che cosa significa essere madre oggi, al di là dell’esperienza individuale? "Tua Madre", il documentario di Leonardo Malaguti, esplora la maternità co

Che cosa significa essere madre oggi, al di là dell’esperienza individuale? "Tua Madre", il documentario di Leonardo Malaguti, esplora la maternità come costruzione sociale, ponendo domande su come questa figura venga narrata, idealizzata e caricata di aspettative. Con un approccio ironico e provocatorio, il film sfida uno dei ruoli più stereotipati del nostro immaginario collettivo. Ho avuto l'opportunità di intervistare il regista per discutere l'origine del progetto, le scelte stilistiche e l'importanza di spostare il dibattito dalla sfera privata a quella sociale.


 

Il film nasce da un interrogativo apparentemente semplice: che cos’è una mamma? Quand’è che hai capito che dietro questa parola si nascondeva un terreno così complesso da diventare un film?


 

L: Penso che la complessità della parola “mamma” sia sempre stata qualcosa che mi ha attirato, che ho percepito. Anche perché il mio rapporto personale con il materno l’ho sempre sentito diverso rispetto a quello di altre persone intorno a me. Oggi ho un ottimo rapporto con mia madre, ma da bambino non c’è mai stato quel legame così stretto che vedevo negli altri, e mi chiedevo dove stesse la differenza. Inconsciamente mi domandavo cosa significasse essere mamma o essere figli, quali impliciti ci fossero in questo rapporto e quali obblighi sociali, personali ed emotivi una madre e un figlio dovessero avere l’uno nei confronti dell’altro.

È sempre stato qualcosa che è rimasto lì, anche in maniera inconscia. Sono sempre stato molto attirato da storie che parlavano di madri alternative o particolari, diverse da quello che vedevo in giro, a volte anche mostruose. Ma anche il concetto di “mostruoso” è qualcosa che va guardato da vicino e ridefinito, cercando di capire cosa ci sia dietro. Ho sempre empatizzato di più con emozioni forti, a volte considerate disumane, piuttosto che con quelle più normali e quotidiane.

Quando poi ho iniziato a lavorare sul documentario insieme a Margherita Arioli, la co-sceneggiatrice, e a Umberto Ancilotto, il produttore, si è aperto subito un vaso di Pandora. Tante cose che non avevo mai messo a fuoco sono venute in primo piano e ci siamo trovati tutti a porci domande nuove. Il percorso che fa la protagonista nel film è, in realtà, un percorso che abbiamo fatto anche noi. È qualcosa che nasce molto indietro, ma che grazie a questo film sono riuscito a mettere a fuoco anche a livello personale.


 

Tua Madre sembra interrogare non solo l’esperienza della maternità, ma anche il modo in cui la società guarda e definisce una donna quando diventa madre. Da dove nasce l’esigenza di spostare lo sguardo dal privato al collettivo?


 

L: Questo è proprio il punto del documentario. Non ci interessava definire che cos’è una mamma come esperienza personale, perché quella è unica e non generalizzabile. Ci interessava capire che cos’è una mamma quando ne parliamo socialmente.

All’inizio l’idea era parlare delle donne che non volevano diventare madri, ma mi sembrava riduttivo. A un certo punto ho proposto di partire da una provocazione: se la mamma fosse la base del patriarcato. Sembrava un’esagerazione, ma più ci riflettevamo, più ci rendevamo conto che era molto più realistica di quanto pensassimo.

Il concetto di madre, per come viene raccontato in questo Paese, serve a tenere in piedi un intero sistema sociale. La madre si prende gratuitamente una quantità enorme di ruoli e responsabilità che dovrebbero essere condivisi. La figura della mamma è molto chiara e stereotipata, quella del papà quasi inesistente, appartiene a tutt’altro campo di aspettative.

Ci interessava capire se fosse possibile parlare di maternità al di fuori di questo stereotipo, fuori da un obbligo sociale, e concentrarci su come le donne percepiscono il peso di questa parola, più che su cosa significhi oggettivamente essere madre.


 

Il titolo Tua Madre è molto diretto e frontale. In che modo dialoga con l’intento del film e con l’idea di una maternità che non vuole essere rassicurante?


 

L: Il titolo è stata una delle prime cose e l’ho quasi imposto. Io spesso parto dai titoli perché mi danno una direzione. Qui volevo partire con una palla da demolizione, con qualcosa che non lasciasse dubbi sull’approccio. Si tratta di distruggere un’icona, un mito.

Il modo per farlo è l’ironia, ridicolizzare l’icona. Mi interessava capire se fossimo arrivati al punto in cui possiamo scherzare sulla mamma. È un argomento estremamente sensibile, che tocca nervi scoperti. Non è una mancanza di rispetto verso le persone, ma un tentativo di ricontestualizzare una figura e restituirla alle persone che la vivono, invece che a una definizione quasi religiosa.

L’elemento ironico, che parte dal titolo e attraversa tutto il film, è stato fondamentale per trattare un tema che sembrava impossibile affrontare senza renderlo pesante. Leggerezza non significa superficialità, ma accessibilità.


 

Quanto è stato importante lavorare sull’ascolto della protagonista, Dania Rendano, lasciando che il film si costruisse anche a partire dalla sua presenza e dalla sua voce?


 

L: È stato centrale. Quando mi è stato proposto di lavorare su questo tema ero entusiasta, ma ero anche consapevole delle controversie che poteva sollevare il fatto che un uomo ne parlasse. Credo però che tutti debbano poter parlare di tutto, a patto di farlo con rispetto e sapendo fare un passo indietro.

Era chiaro che il film dovesse avere al centro una donna. Con Margherita abbiamo scritto una struttura molto larga, perché nel documentario bisogna essere pronti a improvvisare. Il personaggio è una cornice di finzione, ma tutto quello che Dania racconta è reale.

Con lei è stato un colpo di fortuna: è stata generosa, entusiasta e ha capito subito il cuore del progetto. Il suo modo di relazionarsi con persone diversissime è totalmente suo ed è stato fondamentale per tenere insieme tutto il film. Lei è il baricentro: i momenti più drammatici e quelli più surreali funzionano perché passano attraverso di lei. Il suo punto di vista era imprescindibile, non poteva essere il mio.


 

Nel film emerge una tensione costante tra aspettative esterne e identità personale. Pensi che oggi la maternità ridefinisca ancora una donna più di quanto la paternità ridefinisca un uomo?


 

L: La battuta che mi ha colpito di più è quella di Paola La Martina, quando ha detto: “Invece di chiederci se tutte le donne sono madri, dovremmo chiederci se tutti gli uomini sono padri”.

Abbiamo evitato di parlare dei padri per una scelta deliberata e politica, per sottolineare un’assenza. Donna e mamma, socialmente, sono quasi sinonimi. Uomo e papà no. È qui che nasce il problema: la genitorialità è definita quasi esclusivamente sulla figura femminile.


 

Il film si muove su un equilibrio tra intimità e riflessione sociale. Quanto è stato difficile trovare una forma che tenesse insieme questi due livelli?


 

L: È stato il lavoro più complesso. Ci siamo posti continuamente il problema del tono e dell’equilibrio. Non volevamo né un racconto troppo personale né un documentario puramente informativo.

Abbiamo lavorato molto sulla scrittura, sugli sketch, sull’improvvisazione e sulle interviste lunghe, tutte tra i 45 minuti e l’ora e mezza. Serviva tempo per entrare in un flusso più intimo. Poi il montaggio, con Fabiana Cappadocia, è stato fondamentale per trovare la quadra e tenere insieme la parte divulgativa e quella emotiva.


 

Che tipo di esperienza ti auguri che faccia lo spettatore in sala?


 

L: Mi auguro che faccia il percorso che abbiamo fatto noi: partire pensando di conoscere l’argomento e rendersi conto che quello che conosce è solo la punta dell’iceberg. Il film non vuole dire cosa sia una mamma, ma mostrare quanti elementi entrano in gioco quando ne parliamo.

Spero che spinga a farsi qualche domanda in più. Sembra poco, ma è l’inizio di tutto.


 

Pensi che Tua Madre parli più agli altri che alle madri stesse?


 

L: Sì, il film è principalmente rivolto agli altri. Spero che una madre possa trovare un senso di comunità e comprensione, ma soprattutto che parli a chi non farà questo percorso, a chi non ha figli, a chi si sente lontano da questo tema.

Tutti abbiamo una madre, è un’esperienza universale. Anche chi si sente distante, spesso scopre di avere qualcosa accanto che risuona senza rendersene conto.


 

Il 10 febbraio alle ore 20.30 ci sarà la prima proiezione del tour di Tua Madre al Cinema Azzurro Scipioni di Roma. In sala il regista Leonardo Malaguti e la protagonista Dania Rendano. Modererà il dibattito a seguito della proiezione la critica cinematografica Martina Barone.


 

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=Om1zjl-xozo


 

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