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Sirāt di Óliver Laxe

2026-01-21 12:53

Filippo Bardella

Articoli, In Sala,

Sirāt di Óliver Laxe

Da una decina di giorni è iniziato il 2026, un anno cinematografico è giunto al termine e un altro stabattendo i primi passi. Passi che a giudicare so

Da una decina di giorni è iniziato il 2026, un anno cinematografico è giunto al termine e un altro sta
battendo i primi passi. Passi che a giudicare soltanto da queste prime settimane sono tutt’altro che
timidi e impacciati come lo erano stati quelli del 2025.
Nuovo anno, nuova serie di appuntamenti. Di settimana in settimana, di mese in mese attraversando
l’intero calendario cinematografico proporrò e presenterò il film a mio parere più interessante e
sorprendente attualmente in sala. Più che un approfondimento critico, l’obiettivo e lo sguardo
adottato sarà quello della divulgazione; si tratterà essenzialmente di una rubrica di consigli
cinematografici, non più volti a restituire delle linee di orientamento nei labirinti caotici delle
piattaforme streaming, ma tesi a riavvolgere quel filo d’Arianna che dal labirinto domestico e
virtuale conduca alle soglie della sala cinematografica. Perché nonostante tutto il cinema c’è ancora
e lotta tutti i giorni, stremato, per la propria sopravvivenza, il film ha ancora qualcosa da dire sui
meccanismi del mondo, le sale sempre più deserte resistono e forse il pubblico deve solo ritrovare la
strada.
Se il 2025 si è chiuso con illusione di una nuova ondata di affluenza garantita nel mondo da Avatar:
fuoco e cenere e in Italia dal ritorno di Checco Zalone con Buen Camino, il 2026 si apre con un
gennaio sorprendentemente ricco e abbondante. Ce n’è per tutti i gusti: il ritorno di alcuni tra i più
grandi registi contemporanei (Park Chan-Wook, Paolo Sorrentino, Sam Raimi); le attese riconferme
di autori giovani e sorprendenti (Sentimental Value di Joachim Trier e Marty Supreme di Josh
Safdie); progetti più piccoli e perle nascoste (La piccola Amelie, L’anno nuovo che non arriva); non
mancano infine blockbuster e fenomeni pop come il terzo capitolo di 28 Anni dopo e The
SpongeBob movie. E questo è solo l’inizio, la lista di film e registi attesi nel 2026 è talmente ricca
da mandare in estasi qualsiasi appassionato: i nomi importanti non si contano, a veri e propri giganti
della storia del cinema come Herzog, Spielberg, Scott o Almodovar, si aggiunge un insieme
variegato di nomi tra i più importanti autori del cinema contemporaneo, tra gli altri Refn, Lav Diaz,
Ostlund, Inarritu, Nolan e Kore’eda.
Ben lungi dal voler sminuire il meraviglioso No Other Choice di Park Chan-Wook, uscito il primo
dell’anno e purtroppo già fuori programmazione in molte sale, il film del mese è sicuramente Sirāt,
lo sconvolgente road movie sotto LSD di Óliver Laxe, film di produzione franco-spagnola
presentato in anteprima al Festival di Cannes dello scorso anno e distribuito in Italia a partire dall’8
gennaio.
Nell’escatologia islamica Sirat è il ponte che connette il mondo dei vivi all’inferno; in senso
metaforico la retta via, il sentiero più stretto di un capello e più affilato di una spada che i giusti
oltrepassano e da cui i malvagi precipitano.
Che forma assume questa strada se l’Inferno e il mondo dei vivi coincidono? Forse quella asettica di
rette parallele senza inizio né
fine destinate a non incrociarsi per l’eternità. Binari percorsi dall’ultimo treno dell’umanità lanciato
bomba verso la fine del mondo. Questa l’ultima, criptica e straordinaria immagine del film di Óliver
Laxe. Ancora una volta, come lo Snowpiercer di Bong Joon-Ho, un treno che è immagine

dell’umanità: non più metafora di un capitalismo eterno e naturalizzato, non più specchio di
gerarchie e classi sociali, bensì simulacro impossibile, sintesi di ciò che resta di un mondo
sconvolto. I suoi viaggiatori, ultimo residuo umano, non sono gli sconfitti ma solo chi ormai ha
rinunciato alla lotta, coloro che si sono chiamati fuori, che non hanno più niente per cui lottare, chi
ha perso le speranze, i reietti.
Il viaggio disperato di un padre con tutto ciò che ha, il suo bambino, il cane e la macchina, alla
ricerca della figlia scomparsa da qualche mese si trasforma in un viaggio mistico rovesciato, senza
sintesi né conciliazione. Laxe mette in scena un’umanità libera e profondamente inquieta, individui
in fuga ma intrappolati in loro stessi, corpi feriti, lacerati, martoriati che nel movimento e nella
convulsione esasperata ricercano una purificazione, la via per una nuova libertà selvaggia e
individualistica, necessariamente illusoria. E a che ritmo euforico e allucinato si lasciano andare
questi zombi moderni, questi pezzi di carne frantumati e sconvolti, ultima espressione di un
vitalismo inaccettabile? Qual è la musica della fine del mondo? Naturalmente una musica fatta per
ballare e non più per essere ascoltata, una danza corporale, avvolgente e tribale eppure
profondamente fredda e meccanica, epitome di una libertà impossibile, allegoria fisica di un
anarchismo dispersivo e fatalmente individuale.
Nell’impossibilità di ogni forma di collettività si disvela il nichilismo di fondo dell’opera, il
substrato mortuario che permea ogni immagine. Neanche l’apocalisse imminente è più in grado di
sconvolgere l’essere umano contemporaneo. Tra l’ipotesi della fine e la vita stessa non c’è
differenza, non si lotta insieme per la vita ma si va incontro alla morte, alla ricerca di un’ultima
disperata scarica di adrenalina. Nascosta dietro l’immagine utopica di un rave della resistenza
Óliver Laxe filma l’ultima macabra danza dell’umanità.

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