Tutti in fondo passiamo la vita a cercare Eura. Prima al di fuori, nel mondo, la cogliamo quasi di
sfuggita, la prendiamo per mano, e una volta che l'abbiamo con noi, un soffio di vento la porta
lontano. Ci rimbocchiamo le maniche e la ricerca riprende. Notiamo ora che il percorso è dentro di
noi. E qui viene il vero guaio: scendiamo e scendiamo nella nostra mente fino a trovare cose che ai
più fanno paura. C’è il rischio di non farcela: se non potremo più averla con noi saremo costretti a
tenerla come un tenue ricordo, vago lamento, lieve melodia, che risuonerà in eterno in noi. Ma vale
la pena provare.
Così, abbagliato da questa ricerca, Virgilio Villoresi si addentra nei meandri della settima arte ma a
suo modo, tra effetti visivi, colori vivaci, animatronics e forse, sotto sotto, anche un briciolo di vera
magia. Da questa nebbia creativa e sperimentale si intravede Orfeo, opera prima del già citato
Virgilio Villoresi, prodotta da Fantasmagoria (casa produttrice di proprietà dello stesso regista). La
pellicola, in rassegna nella categoria Fuori Concorso di Venezia82, è un adattamento del Poema a
fumetti di Dino Buzzati. La struttura della storia ricalca quella del fumetto e, ancora, quella del mito
di Orfeo: il protagonista (Luca Vergoni), pianista eccelso, si innamora della bella Eura (Giulia
Maenza) che sta assistendo alla sua esibizione. I due iniziano a frequentarsi e Orfeo è subito sicuro:
è l'amore della sua vita. Quindi le porge un anello in segno di amore eterno. Eura però ha un
segreto, e all'indomani del suono sinistro di una campanella, scompare. Il cuore della vicenda sta
nel viaggio di Orfeo per stringere ancora Eura a sé. Un viaggio speciale nell'oblio dell'esistenza, in
cui l'eroe si cala negli antri più bui della psiche, fino alla propria infanzia, compiendo arzigogolate
traiettorie. Passato e presente si confondono così come realtà e sogno. È una storia straordinaria
sull'introspezione e sull'elaborazione del lutto.
A fare da padrone sono la messa in scena e la regia. È ora doveroso fare un inciso sul regista: chi è
Virgilio Villoresi? Classe '79, è un animatore e illustratore visionario destinato, a parere di chi
scrive a diventare un innovatore indiscusso del nostro cinema d'animazione. Con questo film,
indiscutibilmente, ha messo un primo mattone. Infatti, Villoresi, con moltissimi corti prodotti sia
per scopi artistici, sia talvolta destinati ad uso pubblicitario, è stato capace di dare vita a un
linguaggio non convenzionale, un laboratorio sopra le righe fornito di giochi di ombre, pop up, cut
out, sagome, puppet e burattini in passo uno. Ah già... pure la kinetoscopia.
Una volta trovatosi dietro la cinepresa è stato in grado di essere fedele alla sua poetica pur
componendo un film prevalentemente live action. Nel procedere della vicenda, appositamente
scombussolata e caotica per trasmettere agevolmente il tema del sogno, il regista si serve della
totalità del proprio repertorio. Il palazzo chiave della vicenda è una miniatura, e sempre con la stop-
motion ricostruisce ferrovie e intere città che rendono giustizia sia alle tavole di Buzzati sia alla
metafisica di De Chirico dal quale hanno chiaramente preso spunto. Cos'altro? Un paio di sequenze
disegnate in 2D, una geniale puppet motion delle tre driadi cattive... e arriva ad animare pure una
giacca. La parte live action non è da meno e rimanda a un cinema antico, in cui, la settima arte
ancora in fasce, si componeva di ambientazioni liberty ricostruite in studio, costumi studiati nei
minimi dettagli e un trucco esasperato, preso a prestito dal papà teatro. Sul finale il regista chiama
in cattedra anche l'effetto Shufftan per generare fantasmi degni di nota, e inserisce filmati di
repertorio montati e assemblati con scene girate in studio. Se a tanti che stanno leggendo, la testa ha
cominciato a girare, per Villoresi è tutto normale, merito della sua grande cultura cinematografica e
artistica di cui lui stesso ci informa nella sua biografia. Insomma, una gioia per gli occhi, frame
dopo frame, in cui l'anima viene coccolata da una fine e curatissima artigianalità.
Permettendomi infine una digressione personale, questo film è motore della mia prima visita al
Festival di Venezia. Ero in camera, lessi la descrizione del film sul sito del festival e mi incuriosì
particolarmente perché raramente escono sul grande schermo film in tecnica mista. Ancora più raro
era un film che prometteva quella ricchezza visiva. Mi informai sul regista, vidi più di un suo corto
su Youtube e organizzai. Visto nella proiezione per il pubblico di mezzanotte e mezza nella Sala
Grande, il film confermò le attese. Ora che è nelle sale di tutta Italia lo consiglio a chi piace il
fantastico e l'animazione o a chiunque voglia lasciarsi sorprendere da un cinema non convenzionale.
Ora, riemergendo, ahimè, nel mondo della veglia dopo questo lungo viaggio non ci resta che fare un
grande in bocca al lupo a Villoresi e alle sue prossime opere.
