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Urban Cowboys: l’antieroe tragico nel cinema di Mann e Refn

2025-12-10 18:25

Antonio Bernardini

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Urban Cowboys: l’antieroe tragico nel cinema di Mann e Refn

Il primo pensiero cinematografico in tema di antieroe ci porta quasi sempre a Travis Bickle, il tassista alienato di Taxi Driver. Non solo perché rapp

Il primo pensiero cinematografico in tema di antieroe ci porta quasi sempre a Travis Bickle, il tassista alienato di Taxi Driver. Non solo perché rappresenta un totem speculativo della realtà, ma anche perché incarna uno dei primi veri antieroi moderni: divorato dalla società, diventa emblema di una critica politica che la New Hollywood, da Scorsese a Coppola, avrebbe portato al cinema con forza e radicalità.

 Qui, però, interessa soffermarsi su un altro genere di antieroe: il gangster terribile, glaciale, eppure bisognoso come nessun altro di amore. È una figura antica e mitica, capace di affascinare proprio per la sua vicinanza con il vuoto. La ritroviamo nei western metropolitani di Michael Mann e Nicolas Winding Refn: il Driver senza nome e il poliziotto thailandese di Solo Dio Perdona; Neil, il rapinatore di Heat, e Vincent, il killer impersonato da Tom Cruise in Collateral.

 Sono condottieri grigi, senza passato, tragici antieroi di frontiere fatte di neon e fumi nauseabondi, liquami sotterranei e scarti della società. Sono, a tutti gli effetti, urban cowboys.

 

Senza passato

 Le loro ombre e i loro traumi si possono intuire, ma né Refn né Mann concedono più del necessario. Bastano pochi indizi per delineare l’ossatura di vite fuorilegge, dominate da assenze e mutamenti, da contraddizioni che li spingono a un destino tragico.

Il Driver di Gosling in Drive non ha quasi nulla in comune con il Ryan O’Neal di The Driver di Walter Hill: se quest’ultimo è un drogato di adrenalina, affine all’eroe spericolato di Point Break, l’antieroe di Refn fugge dal passato, salva il marito della donna che ama, e cerca annichilimento e salvezza come fossero la stessa cosa.

 Il poliziotto giustiziere di Solo Dio Perdona è invece una figura mistica, assoluta: alterna karaoke e violenza spietata, incarnando un’idea di giustizia che non conosce pietà.

Neil in Heat, rapinatore perfetto e “solitario ma non solo”, viene travolto dal caso e dall’amore, destinato a soccombere proprio per ciò che credeva di poter dominare.

Vincent in Collateral è il rovescio oscuro della stessa medaglia: un killer che incarna una moralità distorta, erede lontano e freddo del giustiziere popolare di Charles Bronson.

 Gli urban cowboys sono monoliti forgiati da un passato incandescente ma ignoto. Agiscono secondo codici cementati e ripetuti, che li rendono efficienti e spettacolari, ma li privano progressivamente di ogni connotato emotivo. Così la loro tragedia si radica: un futuro inevitabilmente segnato dalla ripetizione del male, quasi fosse l’unico modo di ricercare il bene.

 

Perpetuare il male per garantire il bene

Questi personaggi terribili si dimenano nella ricerca di una missione, e il filo che li unisce è la violenza come unico strumento narrativo e di sopravvivenza. La realtà che abitano è di per sé violenta, ingiusta, caotica: un ordine formale che nasconde un sostanziale disordine.

In Heat, Neil e il poliziotto interpretato da Pacino si riconoscono come nemici speculari. Nessuna moralizzazione sul perché: il loro scontro è solo la conseguenza inevitabile delle loro scelte.

In Collateral, Vincent propaga un nichilismo contagioso, un romanticismo rovesciato: la sua verità è che nulla è più oggettivo della morte.

In Refn, invece, domina il silenzio. Le parole non contano, contano i gesti. Il Driver porta con sé un dolore muto, quasi eastwoodiano: cerca redenzione attraverso l’amore, ma resta incatenato alla violenza che gli appartiene. Il poliziotto thailandese di Solo Dio Perdona è una figura deicizzata, dispensatrice di una giustizia assoluta e tremenda. Eppure nemmeno il suo esercizio totalitario genera vera giustizia: Bangkok resta una palude di criminalità.

“Solo Dio perdona”: agli uomini non resta che agire, fallire e rinunciare a se stessi. In questa rinuncia si consuma l’antieroe: privato dell’umano, diventa solo codice e ripetizione.

 

L’antieroe tragico

Non si può parlare di Mann e Refn senza soffermarsi sulle peculiarità formali che danno corpo al tragico. Refn consegna al cinema due sequenze memorabili: la fusione di amore e morte nell’ascensore di Drive, e l’amputazione finale di Solo Dio Perdona. In entrambi i casi, la violenza è veicolo di un destino che annulla ogni possibilità di riscatto. Anche la fuga finale di Gosling è duplice: dalla vita e dal ricordo, dall’amore e dalla realtà. In Collateral, la notte di Los Angeles diventa palcoscenico tragico: ogni fermata è un passo verso la catastrofe. Vincent è un emblema che disvela le realtà più dure del mondo civile.

In Heat, De Niro e Pacino si specchiano l’uno nell’altro: due uomini intrappolati in codici di vita che non lasciano scampo, condannati a una sfida che è insieme necessità e rovina. Refn e Mann costruiscono così un’estetica della tragedia: silenzio, mutismo, gesti rituali, città che diventano teatri mortiferi. Neon e violenza si fondono in una poesia oscura, che riflette la condanna interiore dei protagonisti. L’antieroe moderno, in queste opere, non è un semplice ribelle: è un personaggio tragico, prigioniero del proprio codice e delle proprie scelte, incapace di sfuggire al destino che lo consuma.

 

 

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