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Anatomia dell'orrore seriale: Black Phone 2 e l'incubo dell'identico

2025-11-25 14:35

Giacomo Giannitelli

Articoli,

Anatomia dell'orrore seriale: Black Phone 2 e l'incubo dell'identico

Vi siete mai chiesti come mai il genere horror, in modo particolare lo slasher, abbia costruito la suafortuna commerciale, e non solo, sulle saghe? No

Vi siete mai chiesti come mai il genere horror, in modo particolare lo slasher, abbia costruito la sua
fortuna commerciale, e non solo, sulle saghe? Non si discute qui della qualità dei film prodotti ma si
cerca di capire che cosa, nella ripetizione del sempre identico, riesca a terrorizzare. Appare
controintuitivo, infatti, che la riproposizione formulaica di stilemi, situazioni e soprattutto dei
protagonisti attorno a cui ruotano queste collane, i Boogeymen, continui a spaventare nonostante
allo spettatore sia tutto già noto. Black Phone 2 ci permette di ragionare sulla dimensione
terrorizzante dell’iterazione sia su un piano metacinematografico sia strettamente contenutistico.
Spostando lo sguardo dal film in questione si individuano nuove tendenze emergenti nel nuovo
cinema dell’orrore statunitense: un fenomeno ancora di portata minore rispetto ai successi di critica
dell’elevated horror ma non meno interessante.
Black phone 2 si presta ad essere lo spunto per una tale riflessione per molteplici motivazioni. La
più esplicita ed evidente è che si tratta esso stesso di un sequel, che per caratteristiche può essere
confrontato con un prodotto simile, ovvero Smile 2. Entrambe le saghe nascono con un episodio
pensato più per sondare il mercato, riscontrato il successo, il secondo capitolo diventa il vero
terreno di sperimentazione. Le due saghe qui citate infine sono forse gli unici tentativi di continuare
a riflettere sulla paura attraverso la ripetizione seriale, senza “nascondersi” dietro a personaggi già
di successo, come invece è avvenuto nei nuovi capitoli di Scream e Halloween, e forse proprio per
questo sono stati esperimenti riusciti sia per il pubblico che per la critica.
Analizzando l’opera in sé, si osserva nella sostanza filmica il tentativo di riflettere sull’iterazione
dell’orrore in maniera più profonda ed accattivante. La struttura della prima parte della pellicola è
infatti costruita sulla ripetizione di uno stesso iter. gli episodi di sonnambulismo di
Gwen(Madeleine McGraw), attraverso i quali lentamente l’orrore rientra nella vita dei due
protagonisti. Questa scena che viene ripetuta fino a risultare ripetitiva ci mostra qualcosa circa il
quesito posto all’inizio, che cosa ci spaventa nella ripetizione? L’identico diventa inquietante
quando in una struttura conosciuta vengono introdotte minime differenze; quando le regole già
spiegate iniziano a differire da loro stesse e quando ogni ripetizione deforma la precedente.
L’inquietante è l’osservazione del diverso in ciò che è familiare. Questo dispositivo narrativo
funziona quando la divergenza è costruita sempre da ciò che è stato già mostrato e che nella
reiterazione mostra dimensioni che sembravano chiare e che invece nascondono l’inaspettato, il
terrificante.
Un procedimento simile è stato adottato per dare alla luce la “nuova” versione del Rapace (Ethan
Hawke). Nel primo capitolo era un rapitore e serial killer di bambini privo di tratti soprannaturali,
l’elemento fantastico perteneva infatti a Finney (Mason Thames) che attraverso un vecchio telefono
presente nella cantina in cui era stato rapito, si metteva in contatto con i fantasmi di chi prima di lui
era caduto nelle mani del Rapace. Costretto a reinventare quest’ultimo, Scott Derrickson guarda alla
tradizione horror, isola alcuni elementi e a compone un Frankestein fatto di tutti i principali
Boogeymen del genere slasher. Così il Rapace stesso diventa esemplare della mostruosità del già
noto. Lo spazio in cui si muove sono i sogni, come già Freddy Krueger prima di lui, va citata
l’ingegnosità dell’utilizzo della macchina analogica per distinguere l’onirico dal reale; il campeggio
sul lago e la resurrezione sono chiari riferimenti a Jason e alla sua furia omicida; la maschera in
disfacimento è un’eco del Michael Myers di Rob Zombie, e queste sono solo le citazioni più

evidenti. La somma di questi elementi del tutto familiari ai fan del genere crea un personaggio
carismatico e inquietante, chi conosce Nightmare pensa che le regole per il Rapace siano le stesse e
quando lui le perverte rimane terrorizzato, siamo di nuovo difronte alla capacità dell’iterazione
differenziata di creare l’orrore.
Le saghe horror, anche se spesso con prodotti qualitativamente discutibili, sono state la spina
dorsale del genere, ricominciare un discorso sulla serialità non potrà che creare nuovi spunti
interpretativi sul reale. Non va dimenticato, infatti, che queste figure sono la sedimentazione delle
paure collettive, con Freddy Krueger si raccontava il rimosso inquietante di una nazione e con Jason
l’odio verso le nuove generazioni di un’America tradizionale e puritana assetata di vendetta.
L’assenza di nuovi personaggi per decenni è stata frutto di un’incapacità del genere di intercettare le
preoccupazioni e metterle in forma orrorifica, sembra che negli ultimi anni stiano però entrando in
scena nuovi “mostri” per raccontare, finalmente, l’indicibile contemporaneo.

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