Jafar Panahi ha firmato un'altra pellicola in stato di prigionia, in qualità di dissidente politico. Pellicola frutto dell'esigenza di raccontare la storia di un popolo sommesso da anni. Il titolo è Un semplice incidente (It was just an accident). La pellicola narra di un gruppo di ex ribelli un tempo prigionieri del regime i quali, una volta iniziata una nuova vita, si ritrovano nuovamente a fare i conti con un enorme fantasma nell'armadio. Una sera Vahid (Vahid Mobasseri) riconosce in uno sconosciuto, che gli ha chiesto aiuto per un danno all’auto dopo un incidente, un cigolio ben scolpito nella sua mente. Si tratta di un cigolio attribuibile alla gamba finta di uno spietato funzionario politico che si faceva chiamare Gambalesta e che aveva compiuto nefandezze e soprusi nella prigione del regime ai dissidenti incarcerati, tra cui appunto lui. La rabbia è tale da volerlo rapire per poi ucciderlo. Dopo un attento pedinamento, Vahid riesce nel suo scopo ma, sul punto di ucciderlo, il dubbio che non sia Gambalesta si insinua in lui. Da qui chiederà aiuto a un amico che a sua volta lo metterà in contatto con un'altra ex detenuta, Shiva (interpretata da una grandissima Mariam Afshari). È da questo rocambolesco inizio che nasce la vicenda che ha trionfato al Festival di Cannes e che dal 6 novembre è stata distribuita nelle sale di tutto il mondo.
La domanda impellente e la riflessione più urgente riguardano ovviamente il titolo: è stato solo un incidente? Forse. Se guardiamo solo il presente, il momento, il qui e ora lo può sembrare. Ma se scavassimo nel passato, cosa potremmo conoscere di quell'incidente: le modalità di impatto, le cause, l'identità del fatto? E se ci spostassimo invece nel futuro? Che conseguenze avrà, come mai si ha reagito in quel modo, che tracce lascerà questo incidente? Scavando nel passato attraverso gli avvenimenti della trama Panahi conferisce senso all'incidente, ponendo a sua volta un altro interrogativo agli spettatori, al popolo iraniano e non solo: il regime è oggi... ma domani cosa accadrà? La violenza si placherà oppure continuerà in perpetuo? E in che forme? Si torceranno ancora colli umani o la violenza si "limiterà" a una forma più subdola come togliere la vita a un cane ferito? Panahi in più interviste espone come significato ultimo alla propria pellicola quello dell'auto-interrogativo sul futuro del regime. Afferma che è meglio interrogarsi sin da ora. Ora, da un punto di vista personale, la domanda è chiara e sorge solenne in quel finale incredibile che la pellicola iraniana porta in grembo. Ma il film è stato ai miei occhi molto più complesso, soprattutto da un punto di vista umanistico.
Sembra quasi dire "Sì, tu sei il mio carnefice, mi hai causato molto ma molto dolore, hai rovinato vite, hai rovinato la mia di vita. Ma porto comunque in serbo un dubbio. Questa persona sei ancora tu? E nel caso fossi ancora tu, ti riesco ad uccidere? O la dignità di una vita umana vale sempre più di una espiazione di dolore personale? Ti odio, ma nei tuoi occhi c'è vita, e dietro alla tua figura hai forgiato ora altra vita. Come posso ucciderti nonostante tutto il male?"
Magari c'è chi potrebbe farlo, come sembra interpretare lo straordinario personaggio super iracondo qual è Hamid (Mohammad Ali Elyasmehr), ma la bellezza e la profondità del film sta nel lasciarti a terra una briciola per ogni personaggio, conducendoti all'interno della trama ma senza arrivare mai a dare giudizi di valore. Sono come sono, vivono il proprio dolore in base alla loro esperienza, al proprio carattere e quando chiamati all'azione restituiscono il proprio responso in base ai propri ricordi ed esperienze. Chi vuole riconoscere il carnefice dalla voce, chi dal suono della protesi, chi dalla consistenza della gamba sana, chi dall'odore acre del suo sudore. La sequenza a mio parere più bella del film, che può confermare quanto appena detto, è quella nel deserto dove i personaggi stanno aspettando il risveglio di Eghbal, Gambalesta (Ebrahim Azizi). Innanzitutto, la messa in scena è stupenda, in quel suo minimalismo esistenziale, l'albero solo nel deserto sconfinato che richiama Aspettando Godot, in più, la composizione dell'inquadratura e la posizione dei personaggi è eseguita in maniera magistrale. In quegli istanti vi è un lungo long take in campo largo che non stacca mai da Hamid mentre esprime il suo monologo. La maestria del filmmaker iraniano sta nel condurre lo sguardo attraverso il comportamento di Hamid, quasi a voler mostrare attraverso i suoi movimenti e interscambio verbale con gli altri, le divergenze di pensiero che dominano i compagni in base ai fattori personali di cui sopra.
Il film, come altri film sociali che vogliono riprodurre la storia e la società senza aberrazioni, ha di conseguenza uno scopo documentaristico e "didattico"; in particolare le pellicole sul regime iraniano fanno luce sulla concezione della donna nella società e sui diritti (pochi) che possiede. Mi riferisco a titolo d'esempio alla scena in cui Shiva viene spinta da un uomo per strada o per la scena in ospedale, all'impossibilità della donna di poter partorire senza marito al suo fianco. O ancora ampliando il raggio di riflessione ci viene mostrato tutto il sistema di mance quasi a voler fare satira sui salari o ancora, sulla corruzione per quanto riguarda la polizia.
Panahi continua a riscrivere il cinema politico di ribellione. Questa volta non mostrando mai la violenza compiuta attraverso flashback visivi dal regime ma svelandola man mano attraverso le esperienze di chi l'ha subita esposte grazie ad espedienti di trama come l'identificazione di un nemico.
La pellicola, oltre il proprio valore storico e sociale, ha tre punti veramente saldi che le hanno conferito potenza emotiva e scenica. In primis una sceneggiatura semplice e ben strutturata: personaggi molto diversi tra loro ma complementari che donano estrema dinamicità, scene comiche ma anche drammatiche, eccelse quelle nel retro del furgoncino di Vahid. La storia si serve poi di un astutissimo "save the cat" per creare la figura di Eghbal, espediente che farà riflettere prima gli spettatori sul ruolo di umanità dietro persino a un carnefice spietato e poi verso metà film anche il gruppo di ex ribelli. In secondo luogo, è rilevante l'interpretazione dei personaggi che hanno permesso al film quell'anima tragicomica convincente. Infine, mi ha entusiasmato come Panahi muove la macchina. Un'economia del movimento macchina precisa e calibrata, che non vuole arricchire la trama di campi e controcampi inutili ma che si presta all'essenzialità e alla densità, estremi che dominano la poetica dell'inquadratura. Nei momenti cruciali, pochi stacchi e si va piano sequenza per non far perdere nemmeno un secondo del pathos del momento. Come ha riportato Panahi stesso in una sua intervista, ogni sua inquadratura e sequenza è mirata, ed ha un senso intrinseco che non dipende da esigenze di budget. Un esempio chiaro è dato dal campo medio a camera fissa della sequenza finale puntata interamente su Eghbal, un personaggio che per tutto il resto della trama era rimasto nascosto o rinchiuso mentre in ultima è costretto a stare inesorabilmente protagonista assoluto davanti l'occhio dello spettatore.
Panahi ha prodotto quindi un'altra chicca, una chicca che vi farà ridere, vi farà riflettere, e vi colpirà al cuore con l'amarezza di ciò che è stato, che continua a essere e che sarà anche se non si sa in quali forme. Un film politico tragicomico che porta addosso lo stesso fardello del regista iraniano, quello di rappresentare le oppressioni e le speranze di un popolo. Con la Palma d'Oro lui stesso ha affermato di aver messo a terra un po' di quel fardello dando speranza, quella speranza intrinseca che non deve mai esaurirsi nell'occhio di ogni essere umano. Estremamente consigliato, a tutti.
