Di Luca Caltagirone
Domenica si è formalmente conclusa la 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma, il festival cinematografico più importante della Capitale che ospita film e serie di noti registi dalla fama internazionale, ma anche di giovani esordienti dalle grande qualità. Tra sorprendenti capolavori e inaspettate delusioni, nell’articolo precedente abbiamo tracciato un resoconto dei primi giorni della Festa, raccontando i film più attesi ma anche le piccole (e spesso sorprendenti) produzioni, meno note al grande pubblico. Oggi, in continuità con l’articolo precedente, ripercorriamo i film e i documentari visti nella seconda parte della Festa, commentandoli con grande sincerità, adottando un punto di vista critico e propositivo.
Mercoledì 22 ottobre, Jafar Panahi è stato insignito del Premio alla Carriera dal regista Giuseppe Tornatore, il quale ha ricordato l’importanza del cinema libero e sociale del regista iraniano che, nel corso della sua lunga carriera, ha denunciato le brutalità del regime teocratico iraniano e per questo è stato più volte arrestato (poi rilasciato) e costretto a ritirare i propri film dal mercato. Premiato con la Palma d’oro a Cannes, Panahi ha portato anche a Roma il suo “It Was Just an Accident”, il film dal gusto beckettiano che riflette sull’impossibilità della vendetta e sulla debolezza morale dell’uomo di fronte alla violenza di una dittatura. Il protagonista è Vahid, un bizzarro meccanico che, dal solo rumore dei passi, crede di riconoscere il più brutale dei suoi torturatori del tempo in cui era un prigioniero politico. Legato, drogato e caricato in macchina, inizia un grottesco viaggio alla ricerca della conferma della sua identità. Ne esce un’opera di grande ingegno: un road movie satirico e grottesco dal sapore vagamente surreale e apertamente politico. Panahi non delude mai, e ogni sua opera, come ricordato da egli stesso durante la Masterclass, viene filtrata da uno sguardo profondamente umano che può avere soltanto un osservatore acuto della realtà, capace di cogliere i dettagli e i significati reconditi della nostra complessa esistenza.
Sempre giovedì abbiamo visto il documentario “Roberto Rossellini. Più di una vita”, poi vincitore del “Premio del Pubblico Terna”. Si tratta di un viaggio affascinante dentro la vita pubblica e privata di Rossellini, il padre del neorealismo dotato di una curiosità infinita verso ogni forma di sapere, che lo ha portato a sperimentarsi in lavori “di ricerca” di grande valore nel cinema e nella televisione. In una prima parte, attraverso una serie di voci fuori campo tratte da scritti autobiografici, veniamo proiettati nell’universo sentimentale di Rossellini, dalla relazione con la svedese Ingrid Bergman all’ambiguo rapporto con l’indiana Sonali Dasgupta. È la parte che ci ha interessato di meno, quella più “pettegola” e inutilmente privata che ci ha ricordato qualche squallido episodio di “Alta infedeltà”. Nella seconda parte diventa un documentario più classico, con stralci di interviste televisive, dibattiti radiofonici e interventi pubblici, che ricostruiscono l’identità di un’artista rivoluzionario e di un intellettuale talentuoso che manca tanto nel dibattito contemporaneo.
Il giorno successivo, dopo la Masterclass col maestro Marco Bellocchio, abbiamo visto “Tienimi presente” di Alberto Palmiero (premiato come Miglior Esordio) e il documentario “La diaspora delle Vele” di Francesca Comencini. Il primo è un film dell’esordiente Palmiero, il quale interpreta se stesso nella figura di un aspirante regista che, ormai disilluso, sognava di entrare nel magico mondo del cinema. Con tratti autobiografici e una sottile vena satirica, Palmiero mette in scena un film che ricorda il cinema del primo Nanni Moretti, con questo sguardo estraneo, cinico e rassegnato sulla realtà. L’impressione è quella di un film molto “giovanile” (a tratti amatoriale) con una certa estetica “da social network”, che però non sorprende né per l’originalità dei contenuti né per un particolare valore registico.
Il documentario della Comencini è invece un’opera sorprendente. Con grande umanità e sensibilità, la regista dà voce alle storie degli ex residenti delle Vele di Scampia che, dopo il cedimento di uno dei ballatoi nel 2024, sono stati costretti a trasferirsi in alloggi provvisori lasciando la propria terra e la propria comunità. Quello che traspare da questi frammenti di vita è un grande senso di appartenenza e nostalgia per una comunità unita e solidale, ormai perduta e inglobata nelle logiche odierne, individualiste e capitaliste. Da tutto ciò prende forma un interessantissimo documentario dal sapore molto pasoliniano.
Nell’ultimo giorno della Festa, dopo la Cerimonia di Premiazione, abbiamo assistito al film “Illusione” di Francesca Archibugi. Tra thriller giudiziario e investigazione psicologica, il film è ambientato nella periferia di Perugia, dove una ragazzina moldava viene trovata in un fosso ferita e priva di sensi. Da questo spunto di cronaca nera, l’Archibugi mette in scena un dramma teso con riflessioni sulla colpa, il potere e la coscienza collettiva di un microcosmo misero e corrotto. Dalle premesse interessanti, il lungometraggio risulta un po’ “appesantito” da dialoghi fitti e retorici e da una messa in scena sin troppo lineare, da film in prima serata su Rai 1. Il risultato è un film dimenticabile, non all’altezza del nome della regista che ci ha più volte sorpreso con lavori più entusiasmanti.
Con questo ultimo film, concludiamo ufficialmente la 20ª stagione della Festa del Cinema di Roma, quest’anno meno partecipata ma per questo anche meno caotica e più “raccolta”. Della ventina di film visti, “Nouvelle Vague” e “It Was Just an Accident” sono stati sicuramente i due film migliori: due lavori profondamente diversi per spirito e stile, ma uniti da un gusto di incantevole pulizia intellettuale, politica, cinematografica, e artistica di due autori affermati che si sono aggiudicati meritevolmente il Premio alla Carriera. L’invito è, ovviamente, quello di recuperare questi e tutti i film e documentari sopracitati, anche quelli non apprezzati, affinchè ogni opera, come ogni festival, possa diventare un luogo di dialogo e confronto aperto, capace di ravvivare il nostro ormai misero dibattito culturale e intellettuale.
